lunedì 30 agosto 2010

Avrà anche ragione, ma che fatica!

Quando ho capito l'antifona, ho scavalcato la prefazione. Le ultime pagine le ho lette intervallando interi quarti d'ora in cui posavo il tomo e pensavo ai fatti miei, le ho lette per pura inerzia, per sfinimento, sfinita da ... da cosa? dalle troppe parole, troppe metafore, troppe scene banali e passaggi di scena arbitrari, troppa ricerca dello scoop, troppe lezioni di vita, troppi aggettivi, troppo tirarsela nello sforzo di dire in modo complicato una cosa semplice, troppa coca, troppo sesso e troppi cazzi. -nel senso di parolaccia- Devo ammettere che ho apprezzato qualche pagina meritevole, ma doverne leggere 300 per poter accedere a quelle due, tre, è stato faticoso. Se è vero che hanno tutti ragione avrà pure la sua ragione anche lui, ma la fatica di leggerlo la facciamo noi.
(Mi piacerebbe leggere il parere di qualcuno a cui questo libro è piaciuto)

domenica 29 agosto 2010

una squisita futterrübensuppe (ma cos'è?)

"Certo che una stella in più non è un bruscolino" dico a G. mentre aspettiamo che Frau Sonja ci porti la cena. Ci siamo spostati dalla Francia alla Svizzera, ma solo per pochi giorni, giusto per non arrivare a casa in concomitanza coi figli, per ragioni che esulano dal post. Non avevamo prenotato niente, abbiamo scelto a naso.
"Prima vediamo cosa c'è nel piatto di quella stella"
Ma io ho già deciso che, qualsiasi cosa ci sia nel piatto, questo albergo mi piace di più. La Frau mi ha ispirato la simpatia della pelle, la camera è grande e ha il balcone sulla valle e non sopra il bar, c'è un divano lunghissimo, il letto non è a una piazza e mezza come quello francese, i piumoni sono rosa così come il telefono e la radio sveglia, a me il rosa non piace ma qui ci sta bene, il bagno ha la finestra, sul tavolo dove ceniamo c'è una tovaglia grande, i tovaglioli sono di stoffa, i piatti di fine fattura.
Costa più dell'altro, ma per un paio di giorni possiamo permettercelo.
G. dice che se ci pensiamo bene non costa niente, perchè pagheremo con i franchi che avevamo cambiato l'estate scorsa, in previsione di una vacanza in Svizzera che poi invece avevamo fatto in Austria.
Io invece dico che SE CI PENSIAMO BENE costa eccome, non c'entra quando abbiamo cambiato i soldi.
Chiedo alla Frau spiegazioni about menu. La futterrübensuppe è zuppa di cosa? A me le verdure piacciono tutte, ma G. è selettivo. Frau si allontana e torna con un vocabolario che deve avere ereditato da un trisavolo. Sfoglia, sfoglia, avanti, indietro, scuotendo ogni tanto la testa, insoddisfatta, testa sulla quale per esigenze di scena si è acconciata un bellissimo chignon che nel pomeriggio non c'era.
Suona il telefono, ma lei è concentratissima in questa missione di traduttrice e non sembra sentirlo. Le dico che non importa, va bene così, ci porti la zuppa, ma lei niente, continua a cercare sul suo minuscolo vocabolarietto, col dito scorre tutti i nomi delle verdure, tradotti in varie lingue. Nel bar attiguo entrano dei clienti, il marito la chiama. Frau Sonja risponde qualcosa con tono secco, come a dire: non vedi che sono impegnata col vocabolario del bisnonno Karl? Comincio a sentirmi un pò in colpa per il daffare che le sto procurando, ma nello stesso tempo questa donna mi sta sempre più simpatica, per la sua flemma e questa sua ostinazione nel cercare l'equivalente italiano del crucco futterrüben.
Alla fine mi indica col dito le barbabietole: santo cielo, G. le odia. Le dico di portarne solo una porzione, sperando che il secondo piatto sia qualcosa di più invitante. Se non mangia, G. si trasforma in una specie di belva in gabbia.
La sofferta suppe arriva dentro una elegantissima ma alquanto ridotta tazza da thè, ed è verde: a questo punto e dopo dovuto assaggio ustionante credo che siano bietole, e che l'errore sia stato causato da due fattori: i caratteri minuscoli del vocabolario e l' indice tozzo della frau. Le comunico l'equivoco indicandole il suo elegante grembiule lungo fino ai piedi, di un bel colore barbabietola, e le chiedo di portare la fantomatica futterrübensuppe anche a G.
E' ottima, tra l'altro, e poi io adoro le suppe.
Il menù della sera seguente prevede come antipasto rüben mit rucola, barbabietole con rucola, (buonissime!) ma Frau è preparata e al mio consorte porta i pomodori.
G. dice che preferisce la cucina francese e le super porzioni di monsieur Pierre, io sono dell'idea che là si mangiava troppo ... e che una stella non è un bruscolino.

sabato 28 agosto 2010

donna con cane

Lungo l'alzaia, a camminare, con G. , di sabato pomeriggio.
Incrociamo una donna con cane, che avanza a strappi in perfetto stile "non sono io che porto a spasso il cane, ma il contrario" .
"Ciao"
"Ciao"
"Chi è quella?" chiedo, cercando nel frattempo di perlustrare qualche polveroso corridoio della mia scarsa memoria fotogenica in cerca di un file senza nome
"So chi è ma non so chi è"
"...."
"Quella che abita a C."
Collego il file che stavo recuperando a questa informazione: i due dati coincidono.
"Quella che va in giro con quel macchinone?"
"Sì, quella"
"Ma mi è sempre sembrata più alta!"
"Perchè l'hai sempre vista coi tacchi "
"Ma anche i capelli mi sono sempre sembrati più alti!"
"Avrà cambiato parrucchiere"
"Ma mi è sempre sembrata più bella .. oddio forse bella no, ma un tipo sì, un tipo stile mangiauomini"
"...."
Ecco la fregatura delle donne che non escono di casa se prima non hanno raggiunto il limite massimo della strafighitudine: il giorno in cui fanno uno strappo alla regola, non le riconosci ....
... ti viene il dubbio che non sono poi quelle gran dive che credevi ...
.. anzi più ci pensi più trovi delle similitudini tra loro e il cane che le porta a spasso (forse il colore dei capelli?)

dipinto di Fernando Botero, donna con cane

venerdì 27 agosto 2010

l'eleganza del riccio

(Da leggere solo dopo lettura del romanzo)

mercoledì 25 agosto 2010

BORN TO RUN

BRUCE SPRINGSTEEN: 35 ANNI FA USCIVA "BORN TO RUN"

Il video ufficiale di "Born to run"...

NATI PER CORRERE

Un giorno abbiamo sentito nelle strade del fuggente sogno Americano
Di notte cavalcheremo verso castelli di gloria in macchine da suicidi
Scappiamo dalle celle nell’autostrada n. 9
Su ruote cromate, pieni di benzina e superiamo il limite
Piccola, la città ti spezza la schiena
È una trappola della morte, è un suicidio violento
Dovevamo andarcene quando eravamo giovani
Perché noi siamo vagabondi, piccola, siamo nati per correre
Wendy fammi entrare, voglio essere tuo amico
Voglio proteggere i tuoi sogni e le tue visioni
Avvolgi le tue gambe attorno a questi cerchioni di velluto
E tieni strette le tue mani al mio motore
Assieme possiamo spezzare questa trappola
Correremo finché cadremo, piccola, ma non torneremo mai indietro
Camminerai assieme a me sul filo?
Perché piccola sono un viaggiatore pauroso e solitario
Ma devo scoprire cosa si prova
Voglio sapere se l’amore è selvaggio, piccola, voglio sapere
Se l’amore è vero

Oltre il Palazzo, dei fannulloni schiamazzano per il viale
Le ragazze si pettinano i capelli negli specchietti retrovisori
E i ragazzi provano a fare i grossi
Il parco giochi si riempie
I bambini si affollano sulla spiaggia nella foschia
Voglio morire con te, Wendy, per la strada, stasera
In un bacio infinito

La strada s’intasa di eroi spezzati nell’ ultima corsa
Sono tutti fuori a vedere la corsa, stasera, ma non c’è più nessun posto per nascondersi
Wendy, vivremo assieme tristemente
Ti amerò con tutta la rabbia (pazzia) della mia anima
Qualche giorno, ragazza, non so quando arriveremo là
Dove vogliamo veramente andare e camminare al sole
Perché noi siamo vagabondi, piccola, siamo nati per correre

papà in tenuta antisommossa

Avete presente quando siete invitati in una casa con cane, e questo va avanti e indietro sbattendovi la coda sulle ginocchia a mò di frusta, fino a che vi viene il sospetto che state bevendo il caffè comodamente seduti sulla sua poltrona?
Ecco, ieri mi è successa una cosa simile.
Mi stava facendo girare la testa, e nel momento in cui gli chiedevo: "Papà, ma perchè non ti siedi?", mi rendevo conto che la sua sdraio era occupata dalla sottoscritta.
Quanto vi preoccupereste, da uno a dieci, se vostro padre cominciasse a comportarsi come un cane?
"Ops, potevi dirlo che volevi la sdraio, sei poi a casa tua!"
Papà scuote la testa (come ... se dico come un cane che esce dall'acqua esagero? Beh, invece è così, perchè fa anche il verso!) e si accinge a sedersi, trovando una certa difficoltà a farlo perchè la stoffa dei pantaloncini gli tira sul ginocchio.
"Ma papà, tira su quei pantaloni! Cosa fai, li porti a vita bassa come i giovani?"
"Eh, per le zanzare ... credevo di uscire..."
Quanto vi preoccupereste, da uno a dieci, se vostro padre andasse in giro vestito come un adolescente?
Stavolta ho volutamente esagerato: sotto i calzini blu si intravedono le calze elastiche anti-ulcere, un capo molto poco giovanile. Per completare il quadro, dal basso verso l'alto, vi informo che poi veste un paio di pantaloni corti blu che gli coprono le gambe a mo' di bermuda extra large e una camicia a quadretti blu e azzurri, a maniche lunghe, aperta su canottiera azzurra. In testa, uno dei suoi tanti cappelli da baseball.
"Non hai caldo, con la camicia a maniche lunghe?" gli chiedo, quando finalmente riesce a sedersi, dopo essersi "tirato su" i pantaloni.
"Eh, per le zanzare"
"E perchè non ti togli quel cappello quando sei in casa?"
"Ah, sì, che scemo"
Tutto si spiega così: al risveglio papà si veste in funzione anti-sommossa, perchè nell'orto c'è l'invasione degli ospiti indesiderati. Per tutta la mattina fa i suoi lavoretti -alcuni utili e necessari, altri assolutamente cazzuti (e sono quelli in cui ci mette più passione) resistendo stoicamente al loro assalto -riescono a pungerlo anche sotto la calza elastica, quelle bestie!-
Quando rientra per il pranzo si accascia sulla sua sdraio dicendo di essere "a pezzi". Passa il resto della giornata a leggere, guardare la televisione, mangiare, uscire per fare pipì, rimanendo sempre vestito in tenuta anti-sommossa.

sabato 21 agosto 2010

arte ed amore vincono il tempo

Capita di leggere una frase che si adatta a quell’attimo, a quella notte, a quel giorno, a quella settimana, a quella curva della tua vita.
Una di queste notti inutilmente trascorse alla ricerca del sonno perduto, trovo questa poesia nel libro di Anita Nair, "l'arte di dimenticare"
C’è un sospiro per il sì e un sospiro per il no

Ed un sospiro per il non posso sopportarlo
O che si può fare, dovremo fuggire oppure restare?
Keats

Il mio sospiro è di terzo tipo.
Così al mattino propongo a G. di andare in montagna. Dove? Dove vuoi, basta che non debba starmene qui a fare la serva a tuo figlio, che non fa altro che farmi imbufalire.
(Ma una volta non erano i figli che scappavano da casa?)
Ovviamente G. opta per l’Engadina, la sua passione. Di solito io preferisco mete più vicine, ma stamattina accetterei qualsiasi proposta pur di andar via -ARIA, ARIA- e in un quarto d’ora sono pronta. Dopo 10 giorni di escursioni, ho imparato a preparare lo zaino a tempo di record e a occhi chiusi.

Il sentiero parte dal cimitero del Maloja
dove è sepolto il pittore Giovanni Segantini. L’ho incrociato spesso, questo pittore, e sempre per caso, senza andarlo a cercare. Forse perché visse in Brianza ma poi si trasferì in Svizzera, si innamorò dei suoi paesaggi, dipinse le montagne e la vita dei montanari e infine morì in Engadina?
Lo conobbi per la prima volta quando andammo coi bambini -a quei tempi erano assolutamente AMABILI- a fare qualche giorno di vacanza a Savognin, nei Grigioni, dove l'artista visse per otto anni, e dove trovammo esposti -all'aperto, in mezzo ai campi- dei pannelli con alcune riproduzioni dei suoi dipinti.
Un dipinto che mi piace molto è "le due madri". Una mucca con vitello, una mamma con bambino.
Due anni fa, durante un fine settimana a Pontresina, a un c
rocevia di sentiero scoprii che si poteva raggiungere la baita dello Schafberg, a 2700 metri , dove Segantini morì a soli 41 anni, per un attacco di peritonite.
E anche oggi, senza esserla andata a cercare, trovo la sua tomba, dove sono sepolti lui e la moglie e i figli. All’ombra di un larice, in un cimitero minuscolo, colorata di fiori semplici e con quella scritta:
ARTE ED AMORE VINCONO IL TEMPO













venerdì 20 agosto 2010

no française? ahi ahi ahi

Ogni sera Monsieur Pierre, il boss dell'albergo, si avvicina al nostro tavolo per chiederci cosa vogliamo da bere e ci spiattella il menù della cena in francese. "Non ho capito niente", lo informo, tanto per chiarire. Monsieur ripete il tutto in tono più convincente, con un punto interrogativo finale, (adesso ha capito, madame?), ma sempre in francese, senza tentare nemmeno una parola in italiano, in inglese, in tedesco. Lo guardo, perplessa. Non gli ripeto che ANCORA non ho capito niente, non voglio fare come lui. A quel punto Monsieur ripete per la terza volta il menù, con sempre maggiore enfasi, e con un bel punto esclamativo finale (se non avete capito adesso!). E va bene, ci porti 'sta roba.
Et voilà, madame! esclama soddisfatto mentre dopo un tot ci serve l'ottimo piatto savoiardo. La tartiflette è buonissima. Così pure tutti i formaggi. E la quiche alle cipolle e la fondue savoiarde (che non ho potuto mangiare, mannaggia, a causa di un malessere passeggero che mi ha tenuta a digiuno per due giorni).
Però, 'sti francesi. La prima cosa che ti chiedono, anche se stai morendo, è: "Parle-vous française?" e se tu ammetti la tua ignoranza, fanno strani versi di disapprovazione facendomi venire in mente quella vecchia pubblicità di alpitour (no alpitour? ahi ahi ahi: no française? ahi ahi ahi).
Ma poi incontriamo un francese che riscatta tutti i "Parle-vous française?"della vacanza. Avevamo perso la trebisonda, quel giorno, e chiesto informazioni a un tipo che parlava un inglese very quickly, di cui avevamo capito solo "your responsability" e "map", intuendo che volesse dirci: "O vi orientate con una mappa, o sono cazzi vostri".
Sotto nostra responsabilità decidiamo di procedere fino a che incrociamo un francese che già sta dando informazioni a un perso come noi.
L'anima buona fal il bis e si fa in quattro per spiegarci in tutte le lingue possibili e immaginabili -in francese, in inglese, coi gesti- che possiamo rimediare all'errore facendo un sentiero diverso. Quando capisce che ho invece intenzione di tornare indietro (quell'"our responsability" mi ha un pò messa sulle spine) mi chiede la mappa: no, non quella lì che vendono ai turisti, molto meglio quella più dettagliata che ci ha prestato Monsieur Pierre. Ecco, siamo qui, procedete fino a questi laghetti, vedrete tre bambini, sono i miei tre children, e nel momento in cui incrociate laghetto e children vuol dire che siete sulla direzione giusta. E così arriviamo a un lago da favola, incuneato in uno scenario da favola, benedicendo l'errore madornale che ci ha portato a questo gioiello. Il posto, non segnato dai sentieri per turisti, è frequentato solo da tre children che ci salutano calorosamente, simpatici come il loro papà. Quando la famigliola si ricongiunge chiedo al mio fotografo ufficiale di scattare loro una foto, perchè è una famiglia bellissima, e-credo- anche felice.

mercoledì 18 agosto 2010

Et voilà!

Et voilà! Eccomi qui. Se a qualcuno interessa, sono tornata. E butto il mio aereoplanino di carta, non sapendo in quale finestra s'infilerà. Chissà se riuscirò a riprendere il filo. Già, il filo. Il filo della spina che avevo staccato il 4 agosto ...
ma che G. ha riattaccato, il giorno dopo, piazzando il picì sul tavolino della nostra camera savoiarda, connettendosi alla rete wi-fi del bar di sotto.
E' stato come far trovare un posacenere con appoggiata una sigaretta (accesa) a un fumatore che, sapendo di andare in un posto dove non avrebbe potuto fumare, aveva deciso che era giunta l'occasione per una prova di astinenza.
Una bella tentazione, quel picì
ready for use: ma ho dato solo un tiro, una volta sola, leggendo le mail, e stop.
Però, diciamolo per onestà, non ho avuto molto tempo libero. Le condizioni atmosferiche sono state sempre al meglio, del tipo "any clouds in the sky", cielo senza idea di nuvole, e quindi abbiamo camminato tanto, a volte tutto il giorno, per sentieri di alta montagna, col risultato finale di membra esauste -gambe, spalle e braccia- da immergere, al ritorno in albergo, in una vasca da bagno piena di acqua bollente e schiuma, per assaporare fino in fondo quel magnifico connubio stanchezza fisica-rilassamento mentale che riesce a darmi solo una bella, lunga, silenziosa camminata, soddisfacente come uno spettacolo bello, lungo e silenzioso, proiettato in un teatro antico, da rispettare e proteggere.

lunedì 2 agosto 2010

galbusera bianca, chi l'ha vista?



Ieri mattina ho messo le mizuno nel baule, perchè volevo fare quattro passi nel parco, dopo Messa.
Sono arrivata a Galbusera Bianca gironzolando senza una meta.
Mi è venuto un colpo. Un complesso residenziale in dirittura d'arrivo. Non posso dire che cosa, di preciso, ci sia di stonato: apparentemente è tutto perfetto, esteticamente perfetto. Lo striscione oasi del wwf, i sassi dei muri, i mattoni dei finti fienili, le rifiniture, l'accuratezza di ogni particolare, la parolina magica BIO che fa l'occhiolino tra un mattone e una tegola.
Il complesso sembra molto più grande dell' originario agglomerato di cascine, ma forse perchè le vecchie case erano ormai quasi completamente crollate. Eppure sento che c'è qualcosa che non va. Forse proprio questa PERFEZIONE innaturale.
Ricordo che quando portavo i bambini, in questi dintorni, avevo sempre paura dei cani, che appena ci avvistavano mettevano giù una tale cagnara da impedirci di sentire le minacce del vecchio, altrettanto ululante, che s'affacciava alla porta a urlarci dietro, col forcone in mano.
Intraprendo la via del ritorno con una sensazione di perdita. Forse abbiamo perso quel pericolo lì, dei cani e del vecchio, un pericolo che però era bello visibile, che faceva parte della decadenza degli edifici, della rusticità del luogo, e ne abbiamo acquistato un altro, più subdolo, un pericolo che non so cosa sia, ma di cui sento il profumo. Forse è profumo di soldi, precisamente seimila euro al metro quadro.
Nei dintorni di questa "oasi di agricoltura sostenibile" incontriamo tre donne, sul sentiero che mi sembra molto più largo di un tempo: una ragazza giovane dall'aria infelice, vestita come un'anoressica, e due donne vestite la coste e con le ballerine ai piedi. LE BALLERINE!
Mentre me ne vado, credo di provare lo stesso sbigottimento di un marito che torna a casa, una sera, e trova la moglie provvista di un bel paio di tette di plastica, quando invece lui preferiva quelle di prima, imperfette ma vive, con qualche smagliatura che gli provocava tenerezza, perchè gli ricordava i tempi felici dell'allattamento dei figli, e quella caduta di tono che lo rassicurava sul fatto che sarebbero invecchiati insieme.