giovedì 30 luglio 2009

IL CIELO HA IL COLORE DEI MYOSOTIS, OGGI

Dopo Chiavenna, finalmente, appaiono sullo sfondo le montagne svizzere, riconoscibili per la presenza esteticamente raffinata dei nevai. Grandi nuvole bianche fanno da cornice, come a voler sottolineare che sono loro, le più belle. Rassicuranti come una promessa: ho chiesto ospitalità proprio qui, perché speravo che l’ampiezza delle valli engadinesi mi liberasse dal senso di oppressione che mi accompagna in questi giorni, e la grandiosità dei suoi panorami mi risollevasse l’animo.
Sono reduce da una settimana in cui mi sono trascinata come uno zombie da casa al lavoro e viceversa, contando i giorni mancanti alle ferie; giorni di caldo e afa, in cui a casa ho cucinato il minimo indispensabile al solo scopo di evitare una sommossa di protesta. Giorni in cui mi sono sentita svuotata e depressa .
Alla fine, ho deciso la terapia: trascorrere una giornata nelle valli svizzere.
Hanno già inventato la mountain-therapy?
L'escursione inizia nei pressi della diga , prima del passo del Maloja, e la destinazione è la Capanna del Forno.
E’ bello sedersi sul baule a mettere gli scarponi.
Un sorso di caffè del thermos, gli zaini in spalla e via, ospiti della valle del Forno. A dispetto del nome, ci sono 15 gradi di temperatura e sento già l’ossigeno arieggiarmi il cervello.
Il cartello posto all’inizio del sentiero, però, ci avvisa subito che il libro dal quale abbiamo preso informazioni è troppo ottimista: ci ha indicato 3 ore e mezza di cammino, invece che 4 ore e un quarto. Faccio finta di niente aspettandomi le rimostranze di G, che invece insolitamente accetta la sfida senza brontolamenti di sorta.
Superate le baite di sasso di un borgo chiamato Salecina, il sentiero sale senza mai eccedere in un bosco di larici, arrivando al Plan canin, dove c’è un allevamento di capre.
Un simpatico “ Babe maialino coraggioso” pascola all’interno della porcilaia, poi si unisce ai compagni, e tutti quanti in fila indiana vengono nei pressi della rete a salutarci.
Poco sopra la baita c’è la diga a monte, e sulla centralina di accumulo dell’energia si nota chiaramente un segno distintivo del passaggio di nostri connazionali. Una scritta “padania libera” mi informa una cosa che non credevo possibile, cioè che anche gli imbecilli vanno in montagna. A pochi metri dall’interessante reperto, il cartello “fornohutte” è stato trasformato in “pornohutte”; deve essere stata la stessa mano della padania libera, riconosco lo stile.
Giunti a questo punto della camminata, tutti gli svizzeri, tedeschi e stranieri di passaggio avranno risolto un dubbio che da tempo li attanagliava: come mai gli italiani hanno un capo così scemo? Semplicemente, non meritano di meglio.
Dopo la diga, gli alberi spariscono e la vegetazione si riduce a macchie di nontiscordardime, grappoli di achillea, grandi fiori di arnica, genzianelle, fiorellini rosa che sembrano batuffolini di lana arrotolati e altri fiori di cui non conosco il nome. Mi faccio fotografare vicino ai nontiscordardime, perché la mia maglia antivento è in perfetta tinta col colore di questi semplici ma fantastici fiori.
Il colore del cielo di oggi.

Il sentiero prosegue nella pietraia che precede il ghiacciaio, fino a un ponte di ferro rotto (deviazione)e a un masso enorme con una scritta scoraggiante: per arrivare al rifugio manca ancora un’ora. Decidiamo di fermarci qui, per la stanchezza ma anche perché sono le due e da stamattina presto abbiamo bevuto solo un paio di caffè. Ci diciamo che non importa se non raggiungiamo il rifugio, è bellissimo anche così.
Dopo esserci sistemati dietro un enorme sasso che offre riparo dal vento, mangiamo pane prosciutto e pomodori.
Osservo il ghiacciaio, uno dei tanti che si stanno ritirando, offesi dalla nostra mancanza di sensibilità. Con la nostra prepotenza gli abbiamo perfino tolto l’aggettivo “perenne”. Vorrei usare quel ghiaccio per anestetizzare il dolore che sento dentro, vorrei disperdere nel vento gli affanni, vorrei affidare alla montagna “incantata” tutti quei pensieri che stanno mutilando la mia voglia di vivere.
Non c’è bisogno di parlare. E’ sufficiente il classico rumore del torrente che scende dal ghiacciaio.
Sulla via del ritorno facciamo una tappa al lago del Cavloc, che all’andata avevamo superato senza fermarci.
Ci fermiamo su una panchina, dove scrivo un biglietto di auguri per il compleanno di un’amica.
Il silenzio è interrotto solo dalle voci di bambini che giocano, sull’altra sponda. G. mi fa notare che era da tanto tempo che non sentiva il vociare di bambini con intorno il silenzio. E’ terribilmente vero.
Rimediamo alla noia del noioso viaggio di ritorno in auto con due tappe: la prima per consumare una veloce cena di pesce, a Dorio, nei pressi di un residence per turisti tedeschi, e la seconda a Dervio, a salutare mia sorella e la famiglia del marito. Chiacchieriamo sul balcone dei suoi suoceri fino a quando diventa buio. Ci consigliano di prendere la superstrada, ma noi preferiamo la strada vecchia del lago, per assaporare la spettacolare limpidezza della notte che incombe sui piccoli paesi.
Il vento che ancora soffia, instancabile, muove le acque grigio scure del lago, colora di nero profondo le sagome delle montagne e dà una nitidezza inconsueta al loro profilo, facendole sembrare più vicine di quanto appaiano di giorno. A ridosso di uno di quei neri profili, appare all’improvviso una falce di luna, anch’essa più grande del solito.
“Notte scura, notte senza la sera
notte impotente, notte guerriera
per altre vie, con le mani le mie
cerco le tue, cerco noi due.
Spunta la luna dal monte
spunta la luna dal monte”
…. recitava una vecchia canzone di Pierangelo Bertoli.
Le luci dei paesi in riva al lago, sull’altra sponda, danno un tocco di vita all’immobilità del paesaggio.
La montagna mi ha ridato tutti i pensieri che pensavo di lasciarle, e me li sono riportati a casa, come si fa con i rifiuti, ma la stanchezza fisica mi dà, anche se sembra un controsenso, un riposante senso di benessere. Almeno per oggi, domani si vedrà.

1 commento:

  1. Da qualche “parte” ho letto che la Montagna è una straordinaria Mamma, accoglie Tutti (anche gli imbecilli), senza distinzione, cura i più bisognosi sollecita i più sensibili, insomma………………….

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