sabato 29 maggio 2010

vita al contrario


Anche oggi prendo spunto da un post ...
http://iacoponi.blogspot.com/2010/05/i-quesiti-seri-e-gravi-di-federico.html per copiare un bellissimo testo che g. mi ha inviato pochi giorni fa. Firmato da quel genio di Woody Allen

VITA AL CONTRARIO

Ebbene sì, la vita dovrebbe essere vissuta al contrario.
Tanto per cominciare, si dovrebbe iniziare morendo, e così, tricchete, tracchete, il trauma è già bello che superato.
Quindi ti svegli in un letto d' ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando di giorno in giorno.
Poi ti dimettono perché stai bene, e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione, e te la godi al meglio.
Col passare del tempo, le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le tue rughe scompaiono.
Poi inizi a lavorare, e il primo giorno ti regalano un orologio d' oro.
Lavori quarant'anni finchè non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il tuo ritiro dalla vita lavorativa.
Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare.
Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obbligo o responsabilità, finchè non sei un bebè.
Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene.
Gli ultimi 9 mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni.
E alla fine abbandoni il mondo in un orgasmo.

venerdì 28 maggio 2010

il semplice fatto di essere sani


L'affermazione di Giorgio "tendiamo con troppa facilità a dimenticarci il grande valore del semplice fatto di essere sani", nel post http://fruttidistagione.blogspot.com/2010/05/abbiamo-superato-lostacolo.html , non può che trovarmi concorde.
Ieri ero in ospedale con papà, per il rituale controllo dell'anemia. L'ascensore non arrivava. Io gli ascensori li odio proprio, ma papi non riesce a fare le scale, il fiato non gli dà spago. Si guardava intorno, osservando la gente che andava e veniva. E' una città, questo ospedale, dice. Medici, infermieri, barelle, esiti di ictus, carrozzine ... Papà osserva, indica col dito, (mannaggia), commenta a voce alta (stra-mannaggia) per poi concludere: "Quanta gent pusè cunsciada de me" (Quanta gente più conciata di me)
In questi ultimi anni ho scoperto una qualità di mio padre: non si lamenta mai di un suo problema fisico e ha un'alta sopportazione del dolore. Ripensando al passato vissuto insieme, mi sono resa conto di non averlo mai sentito dire: ho mal di questo, ho mal di quello, e di non averlo mai visto a letto ammalato. Tuttora, che malato lo è, quando un medico gli chiede come sta, risponde sempre: benone, dottore! E allora cosa ci facciamo qui, vorrei chiedergli. Ci facciamo che devo aggiustare il tiro, e spiegare che in realtà non respira bene, è aumentato di peso, ha le apnee notturne, le gambe gonfie, un'ulcera che non guarisce ... e se il doc tenta di approfondire la cosa direttamente col paziente, lui si schermisce, tenta di minimizzare, a volte nega spudoratamente, per non parlare di quando gli chiedono che patologia abbia e quali farmaci assuma. Questa è la domanda che più teme. Fa la faccia di un innocente finito ingiustamente sotto interrogatorio, alza le braccia a mò di resa , scrolla il capo e dice "Ah, io non so niente, dottore, le medicine me le dà la moglie, chieda a mia figlia". E quando il medico gli dà o gli modifica la cura, sentenzia: "Ah, il dottore è lei. Io sono nelle sue mani". Non capisco perchè alcuni dottori non lo sopportino: è il paziente ideale, è come un bambino fiducioso. Bisogna solo non cercare sempre e necessariamente un nesso tra quello che dice e l'ambito in cui lo dice.
L'anno scorso fu sottoposto a un'ecografia a un organo vitale, la dottoressa vide una patologia -vecchia- di tale organo e gliene chiese conferma. La sua negazione fu talmente appassionata e convincente che la doc uscì dall'ambulatorio per chiedere spiegazioni a mia sorella, che come prassi aveva dovuto aspettare fuori, e che naturalmente confermò l'esistenza di tale problema.
"Pensavo di avere le traveggole" commentò la poveretta, basita, e rientrò a terminare l'ecografia.
Senza arrivare agli eccessi d'ottimismo di mio padre, credo che faccia bene a tutti "visitare gli ammalati", da prendere non come un comandamento ma come una possibilità di riflettere, ridimensionare e forse modificare la nostra vita.

martedì 25 maggio 2010

i fantasmi operosi di savogno



Sto imparando a postare filmati e questa è una prima prova, realizzata con le foto dell'escursione di sabato. Forse un pò troppo lungo, sicuramente il finale è un pò brusco. Faremo meglio la prossima volta.
I miei polpacci al momento della scarpinata-via-scalinata non hanno brontolato, ma ora mi chiedono: quanti cavolo sono i gradini che portano in quel paese di pietra? C'è da dire che tra domenica e lunedì hanno avuto momenti di pietrificazione anche loro. Ieri sera ho cercato su google: 2886, se non ricordo male.
Ma quello che mi ha colpito di più è stata la definizione di Savogno come "paese fantasma". Non so se lo sia stato in passato, sicuramente ora non è così. Altrimenti vorrebbe dire che i fantasmi sistemano le balconate di legno - di legno i balconi, di pietra le case-, abbelliscono una scala di sassi con vasi di fiori, mettono cibo sulle mangiatoie, allevano asini e capre. Ascoltano la radio dentro case che dall'esterno immagini invitanti per la frescura che trattengono, appendono cartelli della serie "attenti a quei due", lasciano in giro secchi da muratore. Certo che per pensare di vivere anche solo saltuariamente in un paese dove per arrivarci devi fare migliaia di gradini bisogna essere un pò dei fantasmi, in senso di leggerezza delle membra e delle abitudini.
Non si vede l'incuria dell'abbandono, a Savogno, e non si respira la cappa della solitudine. Solo rumori di risveglio sommesso, come un fantasma che ritorna in vita in punta di piedi, si guarda intorno incredulo, soffoca uno sbadiglio, prova a emettere la propria voce disperdendo echi che subito la natura d'intorno assorbe.
Il fantasma di un paese che ritorna a vivere.

domenica 23 maggio 2010

Cascate di acquafraggia

Una mano invisibile scaraventa secchiate di acqua - imbiancata per lo spavento- giù dalla nuda, fredda, scura e infida roccia resa verticale da uno scherzo della natura.

venerdì 21 maggio 2010

Donna sull'orlo vorrebbe dormire

Marito e moglie sono a letto come in un classico finale di casa Vianello. Chiamiamo la moglie Donna Sull'Orlo e il marito Uomo In Procinto. Sull'orlo di cosa e in procinto di cosa, non si sa. Il mistero è il prezzo da pagare a ogni buon racconto, e questo vuole tentare di esserlo. Ma possiamo anche farla breve, svelare subito l’indovinello e levarci l’ambizione del buon racconto: la donna è sull'orlo del sonno e l'uomo in procinto di seguirla. Uomo In Procinto sta guardando un episodio di fox-crime o qualcosa di simile, cosa che sempre preoccupa Donna Sull'Orlo, la quale teme che qualche notte nel bel mezzo del sonno il marito si trasformi, in perfetta coscienza o in stato di sonnambulismo poco importa, in Uomo In Procinto Di Commettere Un Assassinio e lei si ritrovi senza neanche accorgersene nei panni della Donna Sull’Orlo Della Morte. Donna Sull'Orlo del sonno pensa a queste cose rassicuranti mentre appoggia la testa sul cuscino.
Nella camera attigua, il pianto di Donna Affacciata Al Futuro, modulato a un volume stabile da qualche ora, ha cambiato tono ed è diventato acuto come i suoi strilli. D’ora in poi per abbreviare chiameremo il marito UIP, la moglie DSO e la figlia DAF.

UIP abbassa il volume.
DSO "Alza subito quel volume, non metterti a origliare"
DAF ( voce fuori campo, alterata) “Vattene via!”
Segue pianto a dirotto, inequivocabilmente targato DAF
UIP “Ma non senti che casino sta succedendo, di là? Non è il caso che interveniamo?”
DSO “Direi proprio di no. Un moroso o ex moroso non aggredisce la morosa o ex morosa che sia in casa sua, in presenza di padre e fratello corpulenti”
DAF …. “Hai capito di andartene!!!!”
UIP “Adesso vado là lo prendo per la collottola e lo caccio fuori”
DSO “Non ti immischiare, alza quel volume e guardati il tuo film”
UIP “Sì, ma se non la pianta…”
DSO “Piantala tu”
Dopo un po’, Uomo Giovane In Procinto Di Andarsene se ne va. Lo capisco dal rombo della macchina truccata, inequivocabile come il pianto di DAF
UIP “Vai tu o vado io?”
DSO “Dove?”
UIP “Ma come dove? Da tua figlia, no?”
DSO “E se la lasciassimo in pace?”
UIP “Sei insensibile come quello che se ne è andato al bar”
DSO “E quando?”
UIP “Mentre tu dormivi, cara”
DSO “E cosa doveva fare? Il suo letto era in quella camera. Divertente immaginarsi che potesse entrare, scavalcare i cocci e andarsene a dormire con assoluta nonchalance, divertente da pensare ma difficile da fare, non credi?”

... DSO dormiva? Non se ne era accorta. Probabilmente sonnecchiava. Alle due di notte, sarà pur ammesso sonnecchiare, o no?
Alla fine il senso di colpa istillatole da UIP spedisce DSO dalla figlia. Donna affacciata al futuro è per il momento solo una Giovane Donna In Pianto, sdraiata sul divano della cucina a messaggiare. Gli occhi sembrano una mongolfiera. “Domani i bambini non riconosceranno la loro baby sitter” cerca di sdrammatizzare DSO
Nel tempo di preparazione di una camomilla DAF dice alla madre quelle poche cose che si possono dire a una madre sull’orlo della vecchiaia, poi la rimanda al suo posto perché sta arrivando il suo Amico Del Cuore, -si sente già un altro rombo d’auto, stavolta con motore a norma- l’unico inviato speciale accreditato a seguire ogni puntata della love story in via di rottamazione. Santo cielo! Ci mancava il consolatore! Di dormire non se ne parla, allora, per un altro po’. Prima di tornarsene a letto DSO dà un’ultima raccomandazione a DAF: “Non tirare per le lunghe, sennò domani, anzi oggi, anzi tra poche ore rischi di impastarti con la macchina”
"Sempre a gufare, mamma"

UIP chiede a DSO cosa ha detto a Giovane Donna In Pianto.
“Le ho detto che morto un papa ne fanno un altro”
UIP vorrebbe parlare. DSO non gli da retta, vorrebbe dormire. UIP si mette a imitare una vicina di casa di quando era piccolo, che quando era pronto da mangiare chiamava a gran voce il figlio: Useeeepppee!!! DSO minaccia di chiamare il 118. UIP chiede a DSO se ricorda quella scena del film di Troisi dove c'è la battuta “ricordati che devi morire” DSO gli dice che proprio oggi leggeva che chi non dorme a sufficienza muore prima.
Dopo mezz’ora l’amico di giovane donna in pianto se ne va. "Ha fatto in fretta a consolarti" urla UIP a DAF, sentendola andare in bagno, e naturalmente viene mandato bonariamente a cagare.
Potrà ora DSO abbandonare quello scomodissimo orlo e sprofondare nel burrone di un sonno senza sogni?

mercoledì 19 maggio 2010

la strizza parla


Ore 14.00. Corso di aggiornamento. La strizza parla, parla, ma ha una voce troppo bassa, poco coinvolgente. A sua difesa c'è da dire che per risvegliarmi da questo torpore postprandiale non so se basterebbe l'urlo di tarzan. Per fortuna ho trovato posto in terza fila e ogni tanto posso chiudere gli occhi. La collega alla mia destra, che conosce i miei punti deboli, mi chiede cosa deve fare DI PRECISO nel caso mi veda ciondolare, ricevendo il lasciapassare per una gomitata.
Sono così intenta a cercare di trovare dei pensieri che mi tengano sveglia che non penso a quello che sta dicendo strizza. Il problema è che gli occhi si chiudono proprio quando mi concentro su quello che sta dicendo. Che guaio!
Il tema del corso mi interesserebbe anche, ma il corpo non sempre obbedisce alla testa: lei gli dice di tenere gli occhi aperti, e lui li chiude. Il collega alla mia sinistra mi sussurra qualcosa, non capisco un'acca, ma gli guardo la spalla: ampia e invitante. Che bel punto d'appoggio sarebbe, datemi un punto d'appoggio che ci appoggio questa testa così pesante, per un momento ... solo un momentino... come faccio al cinema con g.... ma lui non è g. e non siamo in un cinema... mica mi pagano per andare al cinema... Ci vorrebbe una bella colonna sonora, al posto delle parole... mamma mia che sonno, questo power point.
Arriva la super-gomitata. AHIA. Dove sono? Al cinema? sì, no, quale cinema, sono in aula 6, ed è ancora la strizza, che parla di un caso clinico: allora, per farla breve e dirla con parole mie, c'è sta mamma che lascia entrare suo figlio in bagno e non chiude la porta e permette l'accesso al lettone e adesso 'sto tizio che ha 12 anni soffre di masturbazione compulsiva. BUM! Mi sveglio all'istante. Secondo me questo "causa-effetto" è una sua libera interpretazione. Pura Roba Da Strizza. Cerco di preparare il mio intervento: scusi, dottoressa, ma non sono d'accordo. Chi le dice che il problemino del bambino sia causato dal comportamento della mamma? Nella mia casa paterna neanche c'era la chiave del bagno, mio papà faceva la pipì in giardino, quando ho avuto una mia casa ho continuato a non chiuderla, non ho mai ostentato il mio corpo fresco di doccia davanti ai miei figli ma nemmeno nascosto, mi sono comportata come mi veniva naturale, donna affacciata al futuro approdava nel lettone ogni santa notte, ieri stavo lavando i denti e ginocchio in pappa è entrato a far pipì e gli ho detto ma cacchio non potevi aspettare un attimo e lui mi ha detto me la stavo facendo addosso, eppure donna e ginocchio non hanno sviluppato perversioni sessuali, che io sappia... oppure, dottoressa, che dice, devo cominciare a preoccuparmi? Portarli dallo strizza a scopo preventivo?
Però non dico niente. Non chiedo niente. Ho imparato per esperienza che se chiedi qualcosa poi lo/la strizza ti rimanda a quello che lui/lei ha detto nella prima mezz'ora, e se ti chiede cosa ne pensi della premessa, tu che gli rispondi? Che il corpo non rispondeva alla testa?
Comunque, durante la pausa caffè sono uscita a prendere una boccata d'aria, mi sono sdraiata su una panchina, ho chiuso gli occhi al sole, la mia testa ha detto: adesso puoi dormire fino alle 4 e un quarto, e il corpo non ha obbedito.
Avrei potuto chiedere questo, alla strizza, nella seconda parte: perchè, dottoressa, a volte il corpo non obbedisce alla testa?

martedì 18 maggio 2010

cercasi insulto grande come una marea di petrolio

Quello che è successo qui in Lombardia con il Lambro si è ripetuto in America, con le dovute proporzioni: loro fanno sempre tutto in grande, anche i disastri. All'inizio la B.P. ha dato notizie false, cercando di minimizzare l'enormità della tragedia. Poi ha detto che non voleva consigli da nessuno, chi fa da sè fa per tre. Adesso, che è nella merda, ha lanciato un appello su internet: se c'è qualcuno che ha una qualche mezza idea di cosa cazzo fare, si faccia avanti. Vi rendete conto? NON SANNO COSA FARE!! Pare che i barbieri stiano raccogliendo quintali di capelli, da usare come materiale assorbente. Non è una battuta, l'ho letto su un quotidiano, con tanto di foto.
Mi chiedo cosa possano significare quelle iniziali B.P.: Bel Pirla (che sei)? Buoni Per (nulla)? Bastardi Puzzolenti? Brutte Pantegane? ecco, ho trovato: Buontemponi Principianti. Perchè una ditta che si basa sulla tecnologia, dovrà pur sapere cosa fare in caso di incidenti, oppure è normale che proceda per tentativi e prove ed errori come stanno facendo questi tizi qui?
Greenpeace ha emanato un interessante documento, con sei domande e altrettante risposte
http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/rapporti/orizzonte-nero.pdf
Non perdetevi il punto 2: altro che buontemponi principianti, questi sono delinquenti, e nessun insulto sarà mai adeguato e proporzionato a quello che hanno combinato. E che nessuno potrà mai ripagare, dato che la natura non è in vendita (anzi, non dovrebbe essere in vendita, ma a quanto pare lo è)

domenica 16 maggio 2010

la grigna è bianca di neve

La Grigna è bianca di neve, come se i fogli del calendario si fossero messi a scorrere all'indietro. Il bianco della montagna è reso abbagliante dalla luminosità della mattina limpida e ventosa, quasi una sorpresa dopo settimane di pioggia. Dopo tre minuti di festina lente già non ho più fiato, ma ci vuole ben altro per farmi desistere. Festino lente ancora più lentamente, in pratica faccio finta di correre, per risparmiare energie, ma proseguo lungo questa alzaia che ogni settimana ha qualcosa di nuovo da dirmi.

Il campo coltivato alla mia sinistra ha perso qualcosa, in quanto a bellezza, rispetto a due settimane fa: al posto delle zolle piene di promesse, ci sono delle piantine gracili, incerte nell'affacciarsi alla vita, di un verde smorto. La terra non ha più il colore vivo di terra-arata-di-fresco- ma un colore marrone paludoso, come se non riuscisse più ad assorbire acqua, acqua che forma delle pozze nelle quali le neonate piantine sembrano rischiare l'annegamento. E' terra esausta, che ha perso tutto il suo fascino, come donna esausta dopo il parto, che ha perso il suo bel pancione.
Nel campo non seminato, giù in fondo, un falco di palude e una cornacchia si contendono il territorio a colpi di becco, con un frullare di piume tutt'intorno.

Chi ha acquistato in bellezza, invece, è il fiume: tutta quell'acqua scesa dal cielo l'ha arricchito, e lui scorre inorgoglito da tanto ben di Dio. Già domenica scorsa l'acqua mi sembrava al limite della fuoriuscita, ma oggi è ancora più alta e ancora più verde e la corrente ancora più forte, incitata anche dal vento che le dà una spinta in più, nemmeno necessaria, e forma delle piccole onde, a riva.

Sembra che quella folaga faccia una fatica boia a nuotare controcorrente. Dai, mammina affaccendata, fatichiamo insieme, corrimi accanto, in direzione contraria alla corrente, tu nell'acqua io sulla terra, io per divertimento e tu per ricostruire il nido che l'acqua alta ti ha spazzato via.

L'acqua alta del fiume ha un suo fascino, perchè cambia la prospettiva delle cose attorno. Acqua alta che non è mai stata così vicina ai tuoi piedi, ma della quale non vedi comunque il fondo, acqua diversa da quella che conosci, fascinosa come un'attrazione prima che diventi fatale, come un gioco prima che diventi un pericolo; dovessero aprire le dighe, poco più avanti, in un attimo il fascino si trasformerebbe in terrore, e il mio ultimo desiderio sarebbe di essere reincarnata in mamma folaga prima ancora di aver concluso questo mio ciclo di vita. Mentre proseguo il mio festina lente-col-fiato-corto- prometto a non so chi che nel caso il mio desiderio fosse esaudito non mi lamenterei di dover ricostruire il nido anche dieci volte.

sabato 15 maggio 2010

canzone quasi d'amore


Semplicità e ironia, durezza e purezza, perfezione e rarità.
A partire dal titolo, "canzone QUASI d'amore" con quell' avverbio che racchiude la sua essenza: sfiorare la verità senza sentirsene depositari, vorrei dire senza cedere alla sua arroganza. Quell’amore che tutti sono propensi a dichiarare assoluto, eterno, puro, per poi accorgersi che basta poco per renderlo relativo, precario, inquinato. Per farla breve: nell'amore c'è sempre un quasi, come nella vita tutto è quasi.
Amo questa canzone per:
le note iniziali e la PERFEZIONE dell'incipit: "non starò più a cercare parole che non trovo per dirti cose vecchie con il vestito nuovo". Ci avessi pensato per anni, non sarei riuscita a esprimere il concetto in modo altrettanto fascinoso. Le cose da dire sono sempre le stesse, vita amore morte e poco altro, gli antichi ne hanno parlato in modo sublime, e noi che possiamo fare, se non ripeterle illudendoci di essere originali?
la DUREZZA di quel "per le mie navi sono quasi chiusi i porti". Non so perché mi immagino che a pensarlo sia una persona avanti con gli anni, che non vede futuro per le sue navi, ma anche qui il grande Guccini ci ha infilato un quasi, questa volta ottimista: un attracco c’è sempre, a cercarlo.
la SPIETATEZZA del “perchè siam tutti soli ed è nostro destino tentare goffi voli -d'azione o di parola- volando come vola … il tacchino”
Questa del volo del tacchino è esilarante! Francesco piazza lì quel tacchino spennacchiato come immagine da ricordare a se stessi quando alziamo le ali e ce la tiriamo: dove credi di volare, tacchino spennacchiato?
Mi piace quel modificare il tono per la parola "vecchio” , la SEMPLICITA' delle “sere uguali ma ogni sera è diversa”
la REALTA' del "perchè siamo tutti uguali siamo cattivi e buoni e abbiamo gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri, saggi- falsi- sinceri ... COGLIONI"
E’ lo stesso concetto del tacchino: abbassa la cresta, sei un coglione anche tu, come gli altri.
L’amarezza di quel “Ma dove te ne vai, dove te ne sei già andata ….” .. come uomo che parla, parla, parla, e quando alza gli occhi si accorge che nessuno lo sta ascoltando. E allora si pente di non aver cercato le parole col vestito nuovo, parole che l'avrebbero fatta rimanere. Forse.
E allora, riporta il tutto alla quotidianità più terra a terra che ci sia: la canzone si conclude con una vita che è anche“grattarsi”
Questa canzone quasi d’amore io la chiamerei “canzone scanzonatoria senza il quasi”
Quasi un ossimoro di canzone.

domenica 9 maggio 2010

barca a fondo


Quando hai troppe cose a cui pensare il cervello va in pappa, quando hai troppe cose da fare l'inerzia ti assale, quando hai troppe mail a cui rispondere non rispondi a nessuno, quando hai troppe cose da scrivere non scrivi niente.
Non mi decido su cosa scrivere: potrei continuare la saga di papi all'ospedale, raccontando dell'ultimo controllo, ma non ho voglia di rileggere gli appunti scritti sulla busta dell'azienda ospedaliera.
Potrei raccontare della burrascosa nottata di venerdì, dove a casa mia nessuno ha preso sonno fino alle tre causa casini amorosi della Donna Affacciata Al Futuro, ma non vorrei violarne la privacy.
Potrei scrivere che sabato, cioè il mattino seguente alla nottata incriminata, il proposito di dormicchiare mentre qualcuno mi lava la testa e rilassarmi affidando poi la stessa testa- bagnata- in mano alla parrucchiera, si rivela pura illusione: in seguito a una mia innocente richiesta (-e se facessi la riga da parte?-) la titolare del negozio quasi mi aggredisce, con le forbici in una mano e un rasoio nell'altra: deve aver avuto una nottata peggiore della mia.
Potrei scrivere della lentezza impotente del pomeriggio, trascorso a un terribile rinfresco post battesimo, ma il picchiare la noia sui tasti non mi restituirebbe le mie otto, dico otto - ripeto - ribadisco - sottolineo - otto ore, ore che avrei volentieri barattato con la stessa quantità di ... vediamo un pò... 8 ore di lavoro fisico al limite del massacrante, 8 ore di badantaggio suoceri, perfino 8 ore di fabbrica puzzolente ... forse. (Su quest'ultimo scambio, in realtà, sono un pò indecisa).
Potrei postare la mia corsetta di stamattina on the river mentre penso alla sacrosanta omelia di Don Giorgio, terminata con le mizuno infradiciate. (la corsetta, non l'omelia)
Sono in stato di stasi blogghistica. Qualcuno mi tolga da quest'impasse. Anche solo scegliendo per me.

P.S. Nella foto, fresca di stamane, fatta da gi su ordine di esse, barca affondata nella piena del fiume. (Non ho capito perchè lei è affondata e le sue vicine no)

mercoledì 5 maggio 2010

pelle di pesca

Stamattina, sulla strada bagnata della pagnotta quotidiana, mi prende un'improvvisa nostalgia tattile della sua pelle di velluto, olfattiva del suo odore di pulito, uditiva della sua voce cangiante, ora infantile, ora bassa e grave, ora muta.
Mi succede quando incrocio un pulmino che accompagna disabili al centro diurno del mio paese.
E' seduta davanti, come sempre, con quell'aria paciosa che io so essere tutta una farsa. In realtà, LEI prende la vita a testa bassa un giorno sì e l'altro pure. Noto la chioma sciolta sulle spalle, e so che è un brutto segno: vuol dire che la mamma non è riuscita a pettinarle e legarle i lunghi capelli, lisci, castano scuro, belli come i suoi occhi, grandi occhi color cioccolato fondente extra hard.
Due anni fa era una mia alunna. Mi piaceva, ogni tanto, stamparle un bacio smack-koso sulle guance rosse e paffute, dalla pelle morbida come quella di un neonato. Se era in vena, mi restituiva il favore con un bacetto di quelli appena appena accennati, quasi per sbaglio. Se era in vena. Se. Era. In. Vena. Sempre che i volontari del comune fossero riusciti a farla scendere dal pulmino. Sempre che si fosse decisa a entrare in centrale. Sempre che si fosse decisa a venire in classe da sola. Sempre che, in caso contrario, avesse accettato di darmi la mano (anch'essa di velluto) e farsi trascinare in classe (novanta chili di testardaggine) Sempre che si fosse seduta. Sempre che ...
Quando era di luna buona, e mi veniva voglia di darle un bacio, stavo bene attenta che nei paraggi non ci fossero: la coordinatrice, la psicologa, la pedagogista, l'assistente sociale, la neuropsichiatra, la direttrice.
Mi avrebbero fatto un cazziatone. La coordi perchè così fai preferenze, la psico perchè la tratti da bambina piccola, la peda perchè non è con un bacio che stimoli la sua autonomia, l'assistente sociale perchè bò, la neuro perchè controindicato con i farmaci, la direttrice perchè è meglio non toccarli, gli utenti, non si sa mai che cosa vanno a casa a dire.

foto di g: campo di colza (credo)

martedì 4 maggio 2010

la panchina libera

G. non crederà che io abbia scattato questa bella foto. Certo che ci crederà, ci crederà e la riempirà di difetti inesistenti. Dettagli da professionista. Particolari tecnici. Avrà da dire su messa-a-fuoco-sfondo-contrasto-inquadratura-luce-blabla. Ma a me, che MAI faccio foto, piace. Stamattina ero nei paraggi di un lago, per lavoro. Dovevo fare una foto, per lavoro, in una scuola. Ho lasciato la macchina in centro e ho raggiunto il posto a piedi, con la piccola macchina fotografica di mia figlia in tasca, mentre cominciava a piovere.
Bello il lago quando piove. Un pò malinconico ma bello, così insolitamente vuoto di intrusi chiassosi e invadenti, solo con i suoi ospiti naturali. Belle quelle anatre idrorepellenti, che se ne fregano della pioggia, e gironzolano per la loro piazza d'acqua, ciarlando. Bellissima quella panchina vuota, non triste, ma libera, finalmente, di godersi il suo vista lago senza che qualcuno le si butti addosso o le si piazzi davanti.

domenica 2 maggio 2010

festina lente


Ieri ho postato solo l’incipit della mattinata dedicata allo jogging con scarpe mikuno. Oggi il resto della cronaca.
Posteggiamo dove cinquant’anni fa c’era una palude creata dal fiume. Il cielo e il meteo preannunciano pioggia: meglio, ci sarà meno gente in giro.
Quando inizio a correre mi sembra di essere “in the earth of a paradise”. Non so perché, ma mi viene in mente questa espressione. Sebbene sprovvista di occhiali riesco a vedere e apprezzare ciò che ho intorno. Alla mia sinistra un grande campo mostra orgoglioso le proprie zolle, zolle di quel bel marrone che non so come si chiami pittoricamente parlando, per me è un marrone-terra-arata-di-fresco, terra vergine ma sotto la quale immagino un respiro silenzioso, un fermento vitale, un movimento di lombrichi, batteri invisibili a occhio nudo, detriti vegetali e chissà cos'altro. Terra pronta ad accogliere il seme con la generosità e il mistero di un ventre femminile, terra che porterà avanti la gravidanza senza lamentarsi, terra che germoglierà e si riempirà di vita e la farà crescere attingendo alla propria riserva di liquidi e sostanze nutritive e facendosi aiutare da luce e sole. Mentre la terra mi scorre via immagino di prendere in mano una zolla, sentirne la consistenza, sbriciolarla, riempirmi le narici del suo odore, che questa umidità rende ancora più intenso.
Ma nelle mie narici entra prepotente e reale solo l'odore del fiume che scorre alla mia destra. (Un odore che mi riporta all’infanzia, ma questa è un'altra storia)
Il fiume corre in direzione (ostinata e) contraria rispetto alla mia. Mentre la terra alla mia sinistra se ne sta in silenzio, come a proteggere la propria maternità incombente, il fiume alla mia destra parla. Il rumore della corrente, il canto degli uccelli posati su alberi le cui radici toccano l’acqua, le incombenze quotidiane degli uccelli di fiume. Una folaga spaventata dalla mia comparsa esce dal riparo che si è costruita sulla riva, e con quel grande sbatacchiare tipico delle ali che lambiscono l’acqua raggiunge in un batter d’occhio -anzi, d’ali- il centro del fiume, disegnando un semicerchio. Un’anatra o un germano -che ne so, sprovvista come sono di esperto e di occhiali - si allontana in linea retta senza bisogno di fare tutto il casino della collega. Non ho mai capito perché le folaghe non filino via diritte come gli altri uccelli acquatici: sembrano sempre prenderla “alla larga”. O è solo una mia idea?
Nonostante cielo e meteo preconizzino pioggia, lungo l’alzaia incontro di tutto un pò: gruppi di amici in gita sociale su due ruote, anziani con racchette, pazzi bikers con caschetto lanciati a folle velocità, una mamma con figlioletto sul sellino della bici, padroni di cani, birdwatchers con cavalletto, e naturalmente miei colleghi. Nessuna coppietta in romantica passeggiata post- prandiale, quelle le trovi al pomeriggio, spesso lei ha i tacchi e procede a fatica sulla carrareccia, lui la sostiene con i suoi tentacoli. Molto meglio venire da queste parti al mattino. Ho deciso che interromperò la corsa quando non ce la farò più o quando mi giungerà un segno. Sono quasi arrivata a un inutile ponte nuovo di pacca quando un bel cavallo color pasta frolla mi corre incontro, al galoppo. E’ lui, il segno; mi dice, infatti: ’ndo cazzo corri, Fuma? E quello lo chiami correre? E’ con la mia eleganza, che si corre, mica come stai facendo tu. Tu non stai correndo, forse nemmeno camminando veloce. Forse … forse sei ferma, ed è il fiume che scorre a darti l’illusione che ti stia muovendo.
Vorrei rispondergli che, sì, in quanto a stile ha tutte le ragioni, in quanto al movimento, invece, è tutto relativo, ma cavallo e cavaliere sono già lontani

sabato 1 maggio 2010

le mie scarpe mizuno

Sto leggendo il libro “l’arte di correre”, di Murakami Haruki, uno scrittore-maratoneta giapponese. Finalmente, dopo alcuni libri "tira e molla" della serie “pianto lì o continuo?”, ho trovato il libro giusto al momento giusto: perché questo è un momento in cui mi piace scrivere e correre. Stamattina sono rimasta a letto a leggerlo fino a quando sono arrivata alla pagina in cui parla delle sue scarpe preferite. Ccc … cavolo, mi sa che le mie scarpe nuove di pacca sono proprio di quella marca lì! E dire che le ho comprate senza capirci niente, in 5 minuti di zeinot, affidandomi ciecamente ai consigli di un amico che fa il commesso in quel negozio di sport. Però mi pare me le avesse consigliate non tanto per la marca, quanto per lo sconto del 50 per cento. Poi, una volta arrivata a casa mi ero accorta che la marca era giapponese e me ne ero un po’ pentita, io che cerco di comprare italiano il più possibile. Adesso però non sono più pentita: già da domenica mi era sembrato che correre con quelle scarpe fosse tutta un’altra storia, mi sentivo quasi le ali ai piedi, adesso dopo questa coincidenza sono ancora più gasata e sento l’adrenalina che mi spinge a programmare una corsetta. Subito. Sono le nove, g. carica la sua attrezzatura di birdwatchers e andiamo. Lui a piedi, carico come un mulo, io di corsa, leggera come una foglia, con le mie scarpe Mizuno, alate.