mercoledì 12 settembre 2012

in morte di un gufo buono


Quando, tra la fine della veglia e l'inizio della funzione, il microfono si è messo a gracchiare, ho avuto un pensiero di ribellione: eh, no, che caspita,  povero gufo!


(Non l'ho mai chiamata così, eppure in quel momento, chissà poi perchè,  mi è salito alle labbra quel soprannome)
Che qualcuno provveda a sistemare quell'aggeggio! Che  le  sia dato un saluto non dico riparatorio di tutte le ingiustizie subite, ma almeno  decente!

Caterina la incontravi a ogni ora del giorno e della notte, che ciabattava per la via. Andava in piazza-alla grotta di Lourdes, in chiesa o dal panettierie-  ma anche oltre,  in paese, affontando la ripida salita con la stanchezza del suo passo sciancato, l'ineluttabilità della schiena storta, lo sbilanciamento delle braccia cariche di borse della spesa, lo sfinimento del respiro asmatico. 
Nel momento in cui la incontravi non sempre sollevava lo sguardo da terra:quando lo faceva, perfino il saluto ti arrivava in modo strascicato, con un'occhiata più obliqua che diretta. 
Era come se tutto suo corpo si fosse  messo di traverso, in allineamento con le traversie dell'intera sua vita. 
A chi le chiedeva  se non avesse paura ad andare in giro di notte rispondeva che doveva camminare perchè gliel'aveva ordinato l'ortopedico, per le sue gambe, che altrimenti si sarebbero infermate. 
Intratteneva rapporti di buon vicinato con tutti, cercando prevalentemente la compagnia delle vedove di cui è piena la mia via.
Parlava come una macchinetta, mangiando le sillabi  finali,  oppure saltava di palo in frasca, facendo  collegamenti che tu non potevi conoscere,  partendo da presupposti sconosciuti, arrivando a conclusioni che a me, sinceramente, parevano sempre sconclusionate.
Quando dicevo ai miei figli d'averla incontrata a un orario inconsueto,  si informavano: e così hai visto il gufo? L'hai guardata negli occhi? Non l'avrai guardata negli occhi! Non devi guardarla negli occhi!
Era soprannominata "Il gufo" dai miei figli, dai miei nipoti e da tutta la combriccola giovanile  della via, con la noncuranza e il cinismo tipico di quell'età. 
Non so perchè la chiamassero così: se fosse per gli occhi ravvicinati, strabici e un poco obliqui (anche quelli!) o per la sfortuna che l'aveva accompagnata con la mano sinistra per tutta la vita.
Ieri c'era tanta gente al suo funerale, perchè, nonostante non avesse ricevuto altro che bastonate,  era una donna buona. 
Se penso a quanti piaceri e a quanta compagnia fece a mia suocera, -erano cugine- nei dieci lunghi difficili anni della sua invalidità, con le sue chiacchiere sconclusionate! 
A volte, a vederle immerse in quelle conversazioni basse, fitte fitte e forse incomprensibili  perfino a loro stesse, ti davano l'idea di due uccellini naufraghi che cinguettavano, facendo finta di non essere caduti dal nido. 
Addio, gufo buono.

34 commenti:

  1. Lunghi i pascoli del ciel riusciranno entrambe a camminare leggiadre, chiaccherando fitto fitto....

    RispondiElimina
    Risposte
    1. la vedo dura ... è quel "camminare leggiadre", che mi suona strano!
      non riesco a immaginarle, mia suocera senza carrozzina e lei senza anca sbilenca :)
      ... ma forse solo perchè sono una donna di poca fede.

      Elimina
    2. Ma, Silvia, il corpo fisico l'hanno lasciato qui! Perciò, ovunque saranno andate, il loro spirito si muoverà con leggiadria! Se non ti aiuta la fede, almeno un po' di fantasia! :)

      Elimina
    3. già, è vero, il corpo lo si dimentica sempre quaggiù.
      me ne dimentico sempre :)
      non capisco nemmeno perchè gli diamo così tanta importanza, se poi dobbiamo lasciarlo al deposito bagagli, una volta partiti per destinazione ignota :))

      Elimina
  2. Grazie per riportarci alle piccole ma grandi cose che ogni giorno senza accorgerci ci accompagnano nella vita.
    Mi sono commossa e ringraziandola per la bontà che ha donato sono sicura che riceverà lassù quello che merita.
    Mariagrazia

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Dovesse esserci qualcosa dopo la morte, ciò che Caterina desidererebbe di più, certamente, sarebbe ritrovare le sue due piccole figlie, dalle quali è stata lontana per troppi anni.
      Grazie a te del commento :)

      Elimina
  3. Gufo buono.
    Mi sembra una splendida immagine e un bellissimo ricordo.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Una riabilitazione post-mortem del nomignolo affibiatole con significato negativo, povera donna!

      Elimina
  4. Un bell'intreccio di vite con un gufo simpatico che se n'è volato via.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Già, perchè non è vero che gli uccelli notturni portino sfortuna!
      In realtà sono tutti bellissimi ... hai presente il barbagianni?
      ... che dire del loro volo assolutamente silenzioso? è un portento ingegneristico della natura ...

      Elimina
  5. Il gufo buono ha commosso anche me.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il fatto è che ci sono persone così semplici o così apparentemente insignificanti da passarci accanto senza che noi nemmeno notiamo la loro esistenza ... poi se ne vanno e ci accorgiamo, che pur essendo poco più che degli estranei, in realtà ci hanno lasciato qualcosa, e che in qualche modo ci mancheranno.

      Elimina
  6. Una eccellente pagina di letteratura. La descrizione del gufo è meravigliosa, ci si legge una vita dentro. Complimenti, un saluto a te ..... ed un "pensiero" al gufo

    RispondiElimina
    Risposte
    1. I complimenti di un poeta come Roscio mi imbarazzano un po' ...
      grazie ... anche da parte del gufo, chissà se le sono arrivati i nostri pensieri ...

      Elimina
  7. Mi sono fatto una panoramica dei tuoi post durante le mia assenza. Ho trovato una folla da derby. Spero di non rompere gli equilibri rientrando in pista.
    Sabato mia nipote Sofia di 17 anni, accomiatandosi da me, mi ha abbracciato e detto: "Ti voglio bene nonno, anche se spesso sei antipatico". Adoro chi te lo dice in faccia.
    Ciao e ariciao.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Allora di sicuro adori anche me! Ahahah

      Elimina
    2. Bentornato Enzo!
      Buon rientro in pista allora...
      lasciando perdere le accellerate inutili, le sgommate e i sorpassi azzardati ...
      e la tentazione di farsi dare dell'antipatico per poter procedere all'adorazione :))

      Elimina
    3. Non lo so se seguirò alla lettera i tuoi consigli. Stando in Italy un mese mi sono reso conto di quanto sia difficile essere simpatici, specie se nel tuo DNA c'è antipatia congenita. In spiaggia a Bibione ero circondato da russi, moldavi, ucraini, cechi, slovacchi, polacchi, austriaci e qualche tedesco -pochi-; con tutti costoro c'erano saluti e sorrisi e anche favori, tipo "ti do una mano nel sistemare l'ombrellone" e così via. Solo una signora, giovane e sufficientemente bella per ritenersi "la più bella del reame" era italiana, per l'esattezza padovana. Si tirava dietro un fesso di marito carico di soldi -doveva essere un medico se ho capito bene- e un marmocchio "divin figliolo della madonna sua madre". Una stronza antipatica e supponente, che più antipatica non si poteva costruire. Trattava il marito come quello che era, un perfetto imbecille, anche in Hotel, perché eravamo sulla spiaggia dell'hotel e quindi tutti ospiti dello stesso ambiente. Ci si ritrovava a colazione e a cena, quasi tutti.
      Noi italiani sappiamo farci riconoscere in mezzo a una folla da Piazza San Pietro per la benedizione papale.
      E poi gli sgarbi delle banche, e poi le nuove regole del governo dei banchieri. Sono arrivato ad una totale usura dei miei attributi da pensare seriamente che, qualora gli italiani alle prossime elezioni votassero chi dico io, allora chiedo la cittadinanza tedesca.
      Abbastanza antipatico da procedere all'adorazione?
      Grazie per l'ilare accoglienza.
      Ciao.

      Elimina
    4. Gli italiani in vacanza tirano fuori il peggio dell'italianità ...
      uno dei motivi per cui faccio le vacanze all'estero :)
      e se ce n'è uno nei paraggi lo individuo lontano un miglio: gli italiani si riconoscono da come alzano la voce, fanno cagnara, portandosi appresso bambini maleducati e cani senza guinzaglio ... se mi capita di incontrarli, mi nascondo dietro un albero, sperando che loro non riconoscano me!

      Elimina
    5. Per me a Bibione è stato facile mimetizzarmi: a parte la stronza padovana erano tutti di lingua straniera e io ho fatto sfoggio del mio miglior tedesco, tanto lo parlavo sempre meglio dei tedeschi-russi della ex Repubblica del Volga, quelli che Stalin mandò tutti in Siberia allo scoppio della guerra, e che Gorbaciov ha rifilato a Kohl.

      Elimina
  8. Graziosa e commossa commemorazione, scritta in punta di penna con stile modesto ed essenziale... Mi è piaciuto leggerla, pur non sapendo nulla (ma immaginando molto) dei protagonisti.
    Grazie per la visita e il commento. Lieto della conoscenza.
    Un sorriso, tuo
    Cosimo Piovasco di Rondò

    RispondiElimina
  9. I miei rispetti, barone!
    Cosimo Piovasco è un nome bellissimo, a me foriero di ricordi giovanili ... rampanti! :))
    Quel libro me lo ricordo ancora abbastanza nitidamente, nonostante l'abbia letto decenni fa: mi era piaciuta assai la scena iniziale della sorella (Battista?) che rifiutava il piatto di lumache ... O era lui, a commettere la grave disobbedienza?
    Ehm ... e dire che credevo di ricordarmelo, il libro :)))

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Era lui; per cui la chiusura in cantina; per cui la liberazione delle lumache che se la battono; per cui le frustate; per cui la fuga sugli alberi...
      a memoria, senza riguardare...

      Elimina
    2. e la sorella che parte ebbe, nella serata funesta?

      Elimina
    3. Era una sorella oppure un fratello?
      Comunque si astenne dall'intervenire. Mi pare che le prese anche l'altro/a.
      Ma sui rami volò soltanto "il barone rampante".
      Gran bel libro, gran bella idea, gliel'ho sempre invidiata, come quelle altre due del trittico "il visconte dimezzato" e "il cavaliere inesistente"; ma quella del barone è grandiosa!!!
      Propendo per fratello, se la memoria mi assiste...ma tu sai com'è con me...:DD

      Elimina
    4. Ho poche certezze nella vita, una delle quali è che alla cena fatidica fosse presente anche una sorella, Battista.
      Dovessi sbagliarmi, salirò su un fico.

      Elimina
    5. C'erano tutti e due, la sorella Battista e il fratello Biagio, che poi diventerà il suo biografo (è lui il narratore in prima persona del romanzo).
      Sul fico mai! È l'albero più traditore che esista, se Cosimo fosse salito su un fico come minimo sarebbe caduto subito e la sua avventura sarebbe finita lì; invece correttamente Calvino (che era figlio di insigni botanici e a sua volta aveva frequentata per qualche tempo la facoltà di agraria) lo fa salire su un elce...
      Bacioni, tuo
      Cosimo

      Elimina
    6. Dell' albero traditore sapevo, pensa che un mio vicino di casa si è ammazzato cadendo da un fico!
      -I miei fichi, però, fanno finire i propri rami sui balconi di casa, quindi ce la potrei anche fare :)-
      Del fratello Biagio me ne ero invece completamente dimenticata.
      ... ma l'elce, scusa, a che albero corrisponde?

      Elimina
    7. L'elce (Quercus Ilex) è un albero della famiglia delle querce, in italiano lo si chiama anche leccio.
      Ciau!
      Cosimo

      Elimina
  10. Ciao Silvia,
    grazie per essere passata da me.
    Scrivi davvero bene, complimenti!!!
    A presto :D

    RispondiElimina
  11. Ohpersanpancrazio! Anche qui allora un racconto sulla MorteVita. Hai scritto bene e con umanità! Sulle persone "anormali" originali - qui anche difformi-deformi - che però sono come il gufo, portano una loro saggezza e cordialità, sono l'anima vivificatrice inattesa o insospettata di una comunità.
    Grazie per l'invito. :)

    RispondiElimina
  12. Oh scusa Walker non avevo visto questo tuo commento, erano i tempi in cui m'era sparito il gadget.
    Grazie a te della visita-

    RispondiElimina
  13. La casa dove sono cresciuto è al borgo vecchio del mio paese, strade strette e fila di case dirimpetto quasi a toccarsi. Di fronte una minuscola finestrella, un quadrato irregolare con un vetro appannato, che poggiava su una rete fitta di fil di ferro. Dietro quella grata da clausura, noi bambini intuivamo più che vedere, un viso che guardava giù ad osservare il pezzo di strada, che dalla finestra finiva all'angolo di una casa più grande. Gli occhi che non distinguevamo e che fissavano fuori, erano di Irene, donna anziana che, sola, aveva quell'unica possibilità per sentirsi ancora parte della comunità. Tutti la chiamavamo "Il Gufo". Col tuo racconto me l'hai ricordata, e a differenza del "tuo" Gufo, lei non parlava quasi mai. Stasera dopo una vita, mi chiedo cosa avesse nel cuore, e cosa pensava di noi che la guardavamo al di qua delle finestrella. E come dici tu, forse avremmo scoperto che i notturni Gufi, sono animali dolci. Un saluto.

    RispondiElimina

Parla! Adesso o mai più!