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venerdì 22 novembre 2013

confessioni di un voyeur


donna allo specchio di Picasso
C'è il giovane uomo che si sbarba solo quando deve andare a morosa; per il resto del tempo nemmeno si ricorda di avere una faccia, tanto che perfino io  stento a ricordarmene le fattezze; non lo vedo mai prima di  mezzogiorno, credo che faccia la bella vita.

giovedì 20 ottobre 2011

volevo essere un black bloc

 Ho letto un articolo sul ragazzo con l'estintore.
L'articolo era intitolato "la banalità del male".

domenica 11 aprile 2010

Rispondo a Massimo Fini (the end, at last)

Non ne potevo più di rispondere a Massimo Fini, e mi sa che non ne potevano più anche i lettori, e perfino il blog stesso, tant'è vero che è sparito un post che avevo in bozza, che rispondeva all'affermazione: "Sul sesso hanno fondato il loro potere mettendoci dalla parte della domanda, anche se la cosa, a ben vedere, interessa e piace molto più a lei che a lui"

Concedetemi solo 4 lettere, al posto del post smarrito: PFUI!

Va beh, destino vuole che salti una puntata e termini il film. Un the end all'insegna delle lacrime, come vuole la miglior tradizione Hollywoodiana

“E se, nonostante tutto, si trova in difficoltà, allora ci sono le lacrime, eterno e impareggiabile strumento di seduzione, d’inganno e di ricatto femminile. Al primo singhiozzo bisognerebbe estrarre la pistola, invece ci si arrende senza condizioni”

Addirittura la pistola, mizzega. Come la mette giù tragica, il Massimino: quasi un' istigazione a delinquere.

Ho letto che in media una donna ogni anno piange 47 volte, mentre un uomo solo 7 (come avranno fatto a stabilirlo? Mah!)... Ma ridurre la faccenda delle lacrime a una spremitura di coccodrillo o a latte versato è a dir poco limitante.

Non c’è niente di spregevole nel pianto. E’ una manifestazione di sensibilità, una facilitazione nella fatica di vivere.

Le lacrime sopraggiungono inattese quando una persona cara ti maltratta;

si piange per tristezza, ma anche per pagare un anticipo a un dolore che sta arrivando, e sai che sarà un dolore senza sconti;

si piange per diluire la sofferenza o per incapacità ad affrontarla;

ci si commuove davanti alla bellezza di un bambino, di un sentimento, di un momento perfetto.

Il pianto può essere anche bello, e di sicuro piangere fa bene: scarica l’aggressività e diminuisce il livello di stress. Farebbe bene anche all’autore dell’articolo, che in ogni parola di questo pamphlet trasuda di uomo ferito. Ferito a morte nell’anima da una, due, tre donne. Possibile. La categoria “giesse” (grandi stronzi) è presente anche nel sesso femminile, ci mancherebbe altro.

Chissà se Massimo Fini sia una vittima di una, due, tre G.S. o semplicemente, si sia sempre accompagnato a chi gli somigliava.

Questa storia delle lacrime mi dà l’occasione di accompagnare al post una canzone della quale mi sono innamorata lunedì di pasquetta, avendo i miei figli dimenticato un CD sulla mia macchina. Me la sono riascoltata infinite volte, per impararne il testo e cantarlo, ma poi ho capito che cantare una canzone di Tiziano Ferro è roba da competenti.

Dedico “alla mia età” a Massimo Fini, terminando così le mie conversazioni con lui e invitandolo a farsi coinvolgere in particolare da questa frase:

E che la vita ti riservi ciò che serve spero
E piangerai per cose brutte e cose belle spero
Senza rancore
E che le tue paure siano pure
L’allegria mancata poi diventi amore
Anche se è perché solamente il caos della retorica confonde i gesti e le parole e le modifica
è perché Dio mi ha suggerito che ti ho perdonato
E ciò che dice Lui l'ho ascoltato

sabato 10 aprile 2010

Rispondo a Massimo Fini (quarta puntata)

“Hanno la lingua biforcuta. L’uomo è diretto, la donna trasversale. L’uomo è lineare, la donna serpentina. Per l’uomo la linea più breve per congiungere due punti è la retta, per la donna l’arabesco. Lei è insondabile, sfuggente, imprevedibile. Al suo confronto il maschio è un bambino elementare che, a parità di condizioni, lei si fa su come vuole"

Finalmente qualche complimento. A parte la lingua biforcuta, che non so bene cosa voglia dire, di preciso. La linea retta non sempre è quella più giusta, anche se è la più breve e a volte la più facile. Se la donna è insondabile, bisognerebbe chiedersi quanto sia profonda la capacità sondativa dei maschietti. Se è imprevedibile, può essere che le previsioni del partner manchino di fantasia, così come la linea retta manca di fantasia. E la donna che “si fa su” il maschio fa il paio con la lingua biforcuta: luogo comune. Ma torniamo alla geometria, che ci insegna che da due punti passa una sola retta: una noiosissima, rigidissima linea retta, e che da quegli stessi due punti passano infinite linee curve: curve morbide, spezzate, a zig-zag, a labirinto, miste. Se l’autore voleva regalarci una metafora geometrica, dovremmo dedurre che, mentre gli uomini davanti a un problema si fermano alla soluzione standard (linea retta), le donne cercano e trovano alternative, se serve; e forse davvero le donne sono più flessibili e si adattano meglio agli imprevisti della vita. Per passare dalla geometria piana a quella solida, si può procedere con l’assunto “l’uomo è cubo e la donna poliedrica”?
Dalle mie parti, per indicare una persona rigida ma anche un po’ limitata si usa il termine “quadrèl”(mattone). Ma io mi rifiuto di pensare che tutti gli uomini siano dei mattoni, o dei cubi, e le donne dei cristalli. Non cado nel gioco delle generalizzazioni del mio interlocutore. Ci sono persone di questa e di quella categoria di qui e di là. Così come "Ci sono bambini a zig zag" (David Grossman) e "donne spezzate" (Simon de Beauvoir), due bellissimi titoli di due ottimi libri, leggendo i quali capiamo che i bambini a zig zag sono più complessi degli altri bambini solo perché più sensibili, e che l’ implacabilità della linea retta può spezzare la vita di una donna.

giovedì 8 aprile 2010

Rispondo a Massimo Fini (terza puntata)

“Attrezzate per partorire sono molto più robuste dell’uomo e vivono sette anni di più, anche se vanno in pensione prima
Va in pensione prima dell’uomo, quella privilegiata di una femmina!
Ma, ammesso che i soldi usati per pagare le pensioni alle donne siano uno sperpero di denaro pubblico, dovete spiegarmi perché il raddoppio della linea ferroviaria, al mio paese, è stato seguito in diretta ora per ora scavo su scavo da una flotta di pensionati, simpaticissimi e attentissimi pensionati, dalla posa e dal linguaggio competente, ma… chissà le loro donne, dove erano… forse nei bar, a giocare a tresette, leggere il giornale e tirare mezzogiorno.
La mia idea sulla proposta di alzare l’età pensionabile alle donne l’ho già espressa nel marzo 2009, tanto vale che la tiri fuori dalla cantina e la incolli

ABBASSO LE FESTE!

Gli uomini propongono che siano le donne a pagare la crisi: dai tempi di Adamo ed Eva, non sono forse il capro espiatorio più a buon mercato? E allora, tutte in pensione a 65 anni, e ringraziamo per l'opportunità che ci viene data: lo fanno per non farci sentire emarginate!
Mannaggia: sono decenni che chiediamo più collaborazione in casa, asili nido, scuole a tempo pieno, pari opportunità nel lavoro, protezione dai soprusi, leggi contro la violenza, e ci hanno sempre risposto picche. E ora arrivano con questo regalo non richiesto, come se ci dicessero: non via abbiamo dato quello che chiedevate? Bhè, accontentatevi di quello che c'è. Ma io vorrei chiedere a tutti gli uomini: dove siete, quando la vostra donna prende la pillola, mette la spirale, o si mette a fare i conti mentre voi pensate solo a godervela? Dove sono i tanti tromboni, quando viviamo l'angoscia di una possibile o certa gravidanza indesiderata? Dove sono gli economisti quando dobbiamo scegliere tra il desiderio di un figlio e la possibilità di un lavoro? Dov'è Brunetta quando una maternità ci fa perdere un avanzamento di carriera? Dov'è l'Unione Europea quando un uomo ci minaccia, perseguita, picchia, violenta? Ci chiedete di essere brave lavoratrici, brave mogli, brave madri, brave cittadine.. e quando i figli finalmente sono cresciuti, non ci chiedete forse di occuparci degli anziani genitori? Per non parlare dei figli che progettano di riconvertirci in baby sitter prima ancora che noi stesse cominciamo a fare progetti post-pensionamento! Maledetto vizio di voi uomini: volere la botte piena e la moglie ubriaca ... sì, ubriaca ... di fatica!
Ci hanno preparato un bel regalino, per l'8 marzo, non c'è che dire. Forse è per questo che sono così allergica alle feste: non si sa mai che regalo ti può arrivare.

8 MARZO 2009

mercoledì 7 aprile 2010

Rispondo a Massimo Fini (seconda puntata)

SETTE ANNI DI VANTAGGIO

“Attrezzate per partorire sono molto più robuste dell’uomo e vivono sette anni di più, anche se vanno in pensione prima”

La donna vive sette anni più dell’uomo. Lo dicono i dati. Va bene, ma lasciatemi il beneficio di questo piccolo dubbio: le donne che rientrano in queste statistiche appartengono alla generazione passata, quando la donna, nel bene o nel male, non lavorava ANCHE fuori casa. Sarà da vedere, se le donne della mia generazione avranno anche loro questo privilegio, o se lo stress accumulato dalla necessità di conciliare lavoro fuori, dentro, sopra sotto e di lato, e i sensi di colpa per non riuscire SEMPRE a fare questo concilio, non avranno degli effetti negativi sulla longevità.
Ma mettiamo tra parentesi questa parentesi e torniamo alla realtà dei fatti odierni: la donna ha uno sconto di pena di sette anni.
Sembra maledettamente ingiusto, in effetti, ma io ipotizzo due spiegazioni che pareggiano i conti. Una spiegazione umana e una motivazione divina.
Partiamo dalla SPIEGAZIONE UMANA: la donna vive di più perché si ammala meno. E si ammala meno non perché, o non solo perché ha più anticorpi, come mi informa il mio commentatore number one, (sarà poi vero?) ma perché è più responsabile, matura e capace di autocontrollo: mangia meno, beve meno, fuma meno del suo collega maschio. Fa meno la sborona, non si vanta delle crapule con le amiche, tiene di più alla sua salute, e non -o non solo- per sacrosanto egoismo, ma anche e soprattutto per generosità e amore verso i propri cari: perché sa che, nel momento in cui dà forfait, l’equilibrio della sua famiglia viene messo a dura prova.
“Me podi mìa malas” (io non posso ammalarmi), dice mia mamma, e sa Iddio quanto è vero.
MOTIVAZIONE DIVINA: è la logica conseguenza del pensiero di mia madre. Il Buon Dio elargisce alle donne questo sconto di pena perché possano fare le badanti ai mariti, solitamente più anziani e a volte più malati. Perchè Dio ha la vista buona.

domenica 4 aprile 2010

Basta crederci

Il mio amico-nemico Cruciani l’altra sera ha intervistato Massimo Fini in relazione a un suo articolo misogino, che non ho ancora avuto il piacere di leggere (lascio passare la Pasqua) e al quale non ho ancora avuto l’occasione di rispondere punto per punto (lascio passare Pasquetta) (la strategia perfetta per non fare le cose che, a conti fatti, più di tanto non mi appassionano)
L’esimio giornalista-scrittore snocciola un tot di banalità condite in salsa di erre moscia da perfetto intellettuale: le donne sono una razza nemica, hanno la lingua biforcuta, si mascherano come «sesso debole» per fregare il tapino, in realtà sono attrezzate per partorire quindi molto più robuste dell’uomo, vivono sette anni di più, vanno in pensione prima, e piangono per niente. Uau!
Dopo aver diffuso nell’etere queste perle di saggezza, e dopo aver interloquito con una ascoltatrice, il giornalista conclude il suo intervento con una ciliegina sulla torta, spacciata come aforisma di Groucho Marx : “La scopata è solo un surrogato della masturbazione”
Bhè, Massimino, che dirti, basta crederci. La volpe dice che l’uva è acerba. Basta dirlo, e crederci. E convincersi. E se ci credi, e te ne convinci, buon pro ti faccia: tante grane in meno, per te e per lei. Ma convincere gli altri, non ti sembra un atto di presunzione? E’ pur vero che tante volte si è portati a credere a cose ben peggiori per i più svariati motivi: tra gli altri, convenienza, paura, ingenuità.
Ti insegno un trucco: dillo e ridillo, scivilo e riscrivilo: ripetita iuvant, e alla fine ci crederanno in tanti: la terra è quadrata, Babbo Natale porta i doni, la Befana il carbone, Vanna Marchi l’elisir, il Berlusca ha le mani pulite, Mangano stava in quel di Arcore a spalare merda di cavallo, il diavolo ti spingerà all’inferno col forcone in mano.
Il solitario è meglio di una briscola. Bè, certo, se sei seduto al tavolo da gioco, solo come un cane, è difficile giocare a briscola, devi continuamente alzarti dalla sedia.

sabato 16 gennaio 2010

Le parole vecchie sono sempre le migliori

Si dice che le cose vecchie siano sempre le migliori, ma anche le parole vecchie sono spesso migliori di quelle nuove.
A me ad esempio non era andata giù l'espressione "utilizzatore finale": quasi mi rivoltava, e non per il significato datogli da quel signore allampanato, quanto per l'offesa fatta alla lingua italiana. Peggio di un congiuntivo che diventa condizionale, peggio di un'acca che manca.
Apparentemente questo affronto era finito nel mio dimenticatoio personale, ma a sorpresa, l'altra notte, quelle parole sono tornate, come degli zombie benevoli, togliendomi il sonno e pregandomi di fare loro giustizia.
E così, eccomi qua, a scrivere prima di andare al lavoro, una cosa da pazzi.
Dal giorno in cui è stato varato questo neologismo, quando vedo un'auto ferma a bordo superstrada, mi chiedo: sarà un puttaniere o un utilizzatore? Se l'auto è un'utilitaria, trattasi di puttaniere, mentre se l'auto è dai 5o mila euro in su, trattasi di utilizzatore? Sono giunta alla conclusione che no, non è così: l'utilizzatore non si ferma ai bordi delle strade, ma si trova la sorpresa nel letto, compresa nel prezzo della camera come il cioccolatino sul cuscino.
Ma se torno all'estetica delle parole, ritengo che la parola utilizzatore sia talmente brutta da non poterla guardare, talmente volgare da farmi preferire, al di là del ceto sociale, il vecchio, semplice e onesto "puttaniere".
Che dire invece del suo compagno, il termine "finale"?
Semplicemente sbagliato, tremendamente ridicolo. La finale non è forse l'ultima partita? La fine del film non è la scena che chiude la storia? Le signorine vengono rinchiuse in convento, DOPO? (-Cos'è l' escort?- chiesi a mio figlio, quando sentii questa parola per la prima volta, intuendo dal contesto che non poteva coincidere con la mia vecchia auto
-Te lo devo proprio spiegare?- mi rispose, e allora capii )
E allora, cosa c'entra l'aggettivo finale aggiunto al sostantivo utilizzatore? Sarebbe come se, mentre paghiamo il pedaggio autostradale, il casellante ci dicesse: -Sa che lei è l'utilizzatore finale della carreggiata?- Tu guardi nello specchietto e vedi una coda da esodo biblico, dietro.
-Questo ha finito la materia cerebrale- pensi, mentre la stanga si alza.
Il vero Utilizzatore Finale, quello autentico, è mio marito quando gli propino gli avanzi del frigorifero, il gatto del vicino che mangia gli avanzi del marito, il cumulo di compost giù nel campo che accetta gli scarti che nè marito nè gatto accettano, la terra sulla quale spargerò il compost.
Alla fine, sarò io, quando mangerò la verdura cresciuta su quella terra. Ma, lo stesso, non mi sognerò di chiamarmi utilizzatrice finale, mi accontenterò di definirmi " donna che mangia una carota". Perchè le parole vecchie sono sempre le migliori.