giovedì 30 ottobre 2025

Come potrei non volertene

 



Ho dormito tutta notte come un sasso. Sentivo gli infermieri entrare e uscire dalla camera ma non mi svegliavo, si vede che avevo troppo sonno arretrato. Il primo pensiero  che mi è apparso tra le brume del dormiveglia  riguardava una sciocchezza che mi hanno detto le mie sorelle ieri pomeriggio, sedute su questo mio letto da caregiver. D'istinto ho pensato: "Adesso lo riferisco a Gra". Era una cosa da nulla,  solo  per ridere un po' insieme, per dare un po' di leggerezza a tutto questo peso che ci stiamo portando addosso da 2 anni. Ma subito si è delineato, fulminante, il secondo pensiero:  lui non mi può sentire e soprattutto non potrò mai più dirgli niente.  

Sei sdraiato nel letto accanto al mio, sedato, con la morfina per il dolore, il midazolam come calmante e l' aloperidolo per gestire il delirium. Sei nella stessa posizione da ieri, con il capo reclinato sul cuscino e le braccia distese lungo il tronco. Ho provato a toccarti, non reagisci agli stimoli tattili. Ho provato a muoverti la testa con delicatezza cercando una posizione più comoda, ma è ricaduta di piombo. Ti ho lasciato stare. 

Ho chiesto agli infermieri se sei incosciente e mi hanno risposto di no, che se ti avessero tolto le flebo ti saresti svegliato, ma non ci credo tanto. Sei troppo immobile, sembri un morto, quel morto che tra poco sarai quando smetterai di respirare. Mi viene da correggere "quando finalmente cesserai di respirare",  per porre fine alle sofferenze e non vederti più dibatterti nel letto come un animale in gabbia,  e sentirti  delirare. Ma è  un momento che desidero e  temo nello stesso tempo, perché da quel momento non potrò più occuparmi di te, e di quel tuo corpo stremato dalla malattia. 

Sono stati due anni difficilissimi durante i quali ho cercato di mantenere la promessa che ci siamo fatti il 22 settembre di tanti anni fa, in una mattina di sole e di cielo azzurro, "Nella salute e nella malattia". È stato questo il mio faro. Spero di esserci riuscita. 

Il dolore, il rimpianto  più grande è la consapevolezza che non potrai occuparti dei tuoi nipotini, ancora così piccoli e bisognosi di te, soprattutto la piccola Nene. 

Saresti stato un super-nonno, come da subito ti hanno chiamato i figli. Avresti trasmesso loro il tuo amore verso la natura, avresti insegnato loro i canti e i nomi degli uccelli, avresti letto libri raccontato storie e riparato i giochi rotti, come già facevi anche se malato. Li amavi così tanto, cercavi di occuparti di loro anche quando stavi male, quando potevi farlo  solo sdraiato sul divano e, nelle ultime settimane, quando anche solo un piccolo sforzo bastava a toglierti il respiro. 

Hai amato così tanto la tua famiglia, i figli hanno sempre potuto contare su di te. Ti chiamavano "vecchia roccia", una roccia scaldata dal calore del tuo amore e della tua generosità. 

Hai affrontato la malattia con grande forza, coraggio e dignità, e ti sei affidato alle mie cure da caregiver con fiducia incondizionata. 

Ieri, in un raro momento di lucidità,  ti ho chiesto se mi volevi bene, e tu mi hai risposto : "Come potrei non volertene". 

Il tempo non lenirà nulla,  mi mancherai ogni giorno di più. Grazie del tuo amore, che è stato - e spero sarà -la mia coperta di linus, fino alla fine dei miei giorni.

10 commenti:

  1. Un post devastante come sa essere il tempo. Sono cargiver da cinque anni ma la vita scorre parallela, le siamo aggrappati con tenacia, attaccati ad ogni nuova terapia. Poi ti leggo e il cuore impatta con una realtà che non vorrei mai arrivare a descrivere. Abbracciarti Silvia, unico, inutile gesto di silenziosa comprensione.
    "C’è stato mare tutt’attorno,
    e nubi,
    e montagne guardarmi guardarle.
    E poi referti da sfogliare
    tra palazzi che riconosco ancora
    dalle loro ombre,
    e pause lunghe,
    futuro ripiegato,
    colmo di risposte vaghe
    a elemosinare ancora tempo,
    a gestire attese
    tra un gatto che cigola
    e un dondolo che sbircia,
    e noi, unica certezza,
    sempre contro tutto."

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    1. Per come l'ho vissuta io, il caregiver entra talmente in sintonia con il malato in un rapporto quasi simbiotico da ammalarsi anch'egli, nell'animo. Il caregiver è una bestia da soma, si fa carico di tutto: appuntamenti, terapie, pastoie burocratiche, supporto fisico e morale, ansie, illusioni e disillusioni, speranze e momenti di sconforto. Fa da intermediario nelle relazioni familiari e sociali, interagisce con i medici, manda mail incazzate all'inps che non programma la visita dell'invalidità e scoppia a piangere davanti ai vigili che non vogliono rinnovarti il tesserino parcheggio invalidi. È una vita durissima quella del caregiver, così dura che davvero, come dici tu, la vita degli altri ti scorre parallela, quasi estranea. Perché nessuno può capire quello che stai passando.

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  2. ti sono vicino cara Silvia: anche per me gli ultimi due anni sono stati molto impegnativi, sempre in giro per ospedali per chemio, radio, eco e tac, ma sono convinto che nessun dolore andrà perduto!!!
    Un abbraccio

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  3. Ti auguro di guarire, allora! Coraggio!

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  4. Il dolore della persona amata è il nostro dolore. Mentre ella combatte per una possibile guarigione, o per una illusione di guarigione, noi siamo al cospetto, a volte, nelle volte più dure, della nostra impotenza e viviamo il dolore grande che essa, la impotenza, reca seco.

    Ecco, così il volersi bene, molto più profondo e nobile dell'amarsi, diventa un ammalarsi, un patire insieme.
    Gentile Silvia, grazie per la vostra testimonianza che commuove. Non posso recarvi alcune lenimento, spero che le sofferenze non durino a lungo - segnano, fanno male, quelle! - e che troviate, Voi e vostro marito, una serenità del corpo, dell'anima. La morte, a volte, è una grande liberazione.

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  5. Al momento, la morte di mio marito non mi dà alcun senso di liberazione. Abbiamo sofferto insieme per 2 lunghissimi anni (perché il tempo del dolore è più lungo e più intenso) in un legame simbiotico, ed ora soffrire da sola mi dà un senso di pesantezza, non certo di liberazione. Tumulazione delle ceneri, stamattina.

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  6. Ciao Silvia, ti penso e sono passata per lasciarti un abbraccio caloroso.

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