sabato 26 giugno 2010

chi piange nel bosco?

Mentre camminiamo lungo il sentiero del viandante, una bellissima linea curva, morbidamente collinare che percorre la sponda orientale del lago di Como da Abbadia a Colico, uno strano pigolio proveniente da un castagno ci fa istintivamente alzare la testa per individuare il pennuto appollaiato su un ramo e nascosto dalle foglie.
Silenzio, silenzio, silenzio, testa alzata, vento, pigolio. Che verso è? Dov'è l'uccellino? Eppure il suono sembra vicino.
Silenzio, silenzio, silenzio, messa a fuoco ad altezza d'occhi, vento, pigolio. Non vedo niente, ma non è una novità.
Silenzio, pigolio. "E' il ramo" sentenzia G. -vista d'aquila-.
"Ma smettila! Gli alberi non parlano!" risponde vista miope.
Allora ascolta, insiste lui.
Silenzio, silenzio, silenzio, occhi miopi strizzati a fessura, vento, pigolio. Che forse non è nemmeno un pigolio, ma un cigolio. Ascoltiamo ancora e ancora. Sì, G. ha ragione, è il ramo.
Un ramo spezzato che non è riuscito a cadere perchè si è incastrato tra i rami più piccoli di una pianta più bassa, sua vicina di bosco. Piange, il ramo. Un fulmine, la neve o un forte vento l'hanno rotto, e ora è secco. Secco e appoggiato a quella piantina così sottile che non so come faccia a tenerlo su. Forse il ramo spezzato chiede aiuto al viandante: spostami da qui, fammi sto favore. Che senso ha la mia vita? Voglio cadere a terra, adagiarmi tra le mie foglie, diventare humus.
Questa immagine mi fa pensare a un discorso fatto ieri sera, con un amico, sull'eutanasia. E, come succede spesso coi pensieri, che uno tira l'altro come le ciliegie, eccomi a pensare a D.
Ma questo è un altro post.

mercoledì 23 giugno 2010

L'estate è arrivata di corsa

L'estate è arrivata di corsa, col fiatone, non ha avuto nemmeno il tempo di cambiarsi d'abito e porta ancora addosso, in queste sere, il soprabito della primavera: si scusa del ritardo senza sapere che mi fa un gran favore, perchè quell' abito inadatto di temperatura primaverile mi permette di stare sul balcone, dopo cena, in stato di esaurimento da fine giornata lavorativa e di benedetto far niente senza dover fare ancora i conti con le maledette zanzare. L'intenzione è di aspettare il buio leggendo questo piccolo libro che mi sono portata appresso tutto il giorno, ma dopo poche pagine esso giace inerte sul mio grembo, presa come sono ad assaporare questo momento: mi godo il canto degli uccelli stupendomi di quanto siano instancabili in questa loro attività, mi godo il silenzio rumoroso del bosco che si prepara alla notte come uomo ordinato che si prepara al sonno cercando di non svegliare la moglie che già dorme, mi godo quest'ultima ora di luce liberata dal fastidio del sole che nel pomeriggio abbaglia il lato sud della casa, mi godo questa aria fresca, al riparo sotto un plaid esageratamente grande. Mi giro su un fianco per quanto una sdraio lo permetta, mi rannicchio sotto la coperta e chiudo gli occhi.
Ma... si sa, tradizione familiare esige che in questa casa, appena la mamma s'addormenta, qualcuno provveda a svegliarla. Dafne mi saluta, dove va tutta in tiro, di notte? Ma quale notte, sono solo le 21.30. Ora ricordo, sono sveglia, va a un primo appuntamento. Con un tipo col quale, finora, ha scambiato più passi di samba che parole. Che ha chiesto il suo numero al suo maestro di ballo. Che stasera l'ha chiamata. A cena Dafne mi ha chiesto di cosa si parla, a un primo appuntamento. (E-che-ne-so-io?) Rispondo la prima scemenza che mi viene in mente: "Non è obbligatorio parlare, si può anche stare zitti" "Sì, così faccio la figura della cretina" "Allora chiedigli se lavora, che lavoro fa, quanto guadagna. Prima, però, ricordati di chiedergli se ha la morosa " "Mamma! Ti pare che mi chiedeva di uscire, se non era single?"
Ginocchio esprime disapprovazione da tutti i pori. Fino a ieri perchè correva voce che il tipo avesse 29 anni, e quindi era troppo grande per lei, e voi bravi genitori che non le dite niente, stasera invece si è scoperto che gli anni sono 25, però non gli va bene lo stesso, dice che secondo lui è "ricchione", perchè uno che frequenta una scuola di ballo è ricchione.
Dafne conclude la discussione dicendo che deve solo capire se gli è simpatico, stasera, perchè magari sembra un gran figo e poi scopre che le sta sulle palle.

martedì 22 giugno 2010

Che tu sia per me il coltello


"Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui frugo dentro me stesso" scrisse Kafka a Milena.

sabato 19 giugno 2010

guarire con la scrittura

"La scrittura è infallibilmente terapeutica, liberatoria. Allora voglio scrivere, scrivere. Scrivere per esistere, non essere più bloccata dalle mie paure, non sentirmi più male per paura di quello che gli altri pensano di me. Voglio scrivere per pensare diversamente, non dirmi più che non valgo nulla, che sono troppo questo e non abbastanza quello. Per non avere più mal di fegato, per avere le mie mestruazioni, sciogliere il mio plesso. Scrivere per mostrarmi, per apprezzare e godere la mia musica interiore. Per ridere e piangere sulla carta prima e poi nella mia vita. Perchè il mio corpo sia uno e non scoppiato in mille pezzi. Voglio scrivere per espellere la palla che è nella mia gola, prendere le mie decisioni in completa libertà, non sentirmi più presa in trappola con una mannaia sopra la testa, colpevole di tutto e di niente, per rompere il ghiaccio e scoprire il mio specchio, non giocare più a nascondino con me stessa, con gli altri. Voglio scrivere per guarire dal mio passato, perchè le parole non mi facciano più male, per liberare mia figlia da me, per sentirmi muovere, svegliarmi, essere infine liberata dai miei sette peccati capitali ... Voglio scrivere per rivivere."

Tratto dal libro "guarire con la scrittura"
Sottotitolo: superare scrivendo sofferenze, frustrazioni e traumi

La tesi: scrivere aiuta a pensare, a prendere consapevolezza di un problema, ad accettare di avere pensieri irrazionali, cupi o detestabili, a capire perchè soffriamo, ad affondare la vanga in uno strato di terra così duro da essere diventato impermeabile, la terra di un presente sulla cui superficie rivoltiamo le zolle umide di ferite del passato, che credevamo di poter dimenticare seppellendole .
Scrivere per dare corpo ai fantasmi di questo passato mettendo nero su bianco i gesti le emozioni le voci e finalmente guardarle in faccia, presentare il conto a chi ci ha fatto del male.
Una bella tesi, anche se non è proprio tutto così semplice, perchè puoi così scrivere, i conti alla fine non tornano mai.

giovedì 17 giugno 2010

abito sempre qui da me



Gino castaldo intervista Guccini:

"E comunque già a cinquant'anni mi resi conto tragicamente che gli anni che mi restavano da vivere erano meno di quelli avevo già vissuto, figurarsi ora. Ma non ci penso tanto, solo quando sento dei limiti. L'altro giorno sono andato al mulino, era la casa dei miei nonni dove abitavo da piccolo, c'è una mulattiera che scende giù, guardavo i sassi, attento a non inciampare. C'è il fiume, una volta lo passavo saltando di sasso in sasso, ora certo no. C'è anche il lago, d'estate si stava là, lo attraversavo tutto e tornavo indietro, ora faccio sì e no cinque metri, ma ancora mi tuffo, anche se l'acqua è gelida. Però notavo una cosa, da giovane facevo i concerti seduto, ora li faccio in piedi, sono proprio un coglione..."


Sai che in queste ultime settimane, Francesco, ascolto spesso le tue canzoni, dopo decenni di silenzio gucciniano?
Sai che non sapevo che in questi giorni compissi settanta anni?
Sai che mi piace come rifuggi naturalmente le banalità, l'accuratezza con cui scegli ogni singola parola come un giocatore che sceglie le carte dopo aver valutato tutte le possibilità, l'apparente noncuranza con cui poi butti lì le frasi, come se non volessi prendere troppo sul serio le emozioni che risvegli?
Mi piace la tua arte dell'accoppiare cose serie e facete, sacro e profano, letteratura e vita quotidiana, come un
sapiente chef che abbina sapori opposti con risultati sublimi.
Di questa bellissima canzone che nemmeno conoscevo ho scelto d'istinto la frase: abito sempre qui da me, che a me dice la possibilità di SEMPRE cambiare ma insieme la volontà di MAI rinnegare la propria essenza.
Sai che ricordo quando sul finire degli anni 70 io e la mia amica andammo in giro in motorino a tappezzare i muri del paese e dei dintorni di manifesti col tuo faccione barbuto, in occasione di un tuo concerto dalle nostre parti?
Il nostro primo concerto. Cantasti con Flaco, un chitarrista argentino, non ricordo altro, nemmeno se indossassi l'eskimo innocente.

HO ANCORA LA FORZA

Ho ancora la forza che serve a camminare,
picchiare ancora contro per non lasciarmi stare
ho ancora quella forza che ti serve
quando dici: "Si comincia !"

E ho ancora la forza di guardarmi attorno
mischiando le parole con due pacchetti al giorno,
di farmi trovar lì da chi mi vuole
sempre nella mia camicia...

Abito sempre qui da me,
in questa stessa strada che non sai mai se c'è
e al mondo sono andato,
dal mondo son tornato sempre vivo...

Ho ancora la forza di starvi a raccontare
le mie storie di sempre, di come posso amare,
di tutti quegli sbagli che per un
motivo o l'altro so rifare...

E ho ancora la forza di chiedere anche scusa
o di incazzarmi ancora con la coscienza offesa,
di dirvi che comunque la mia parte
ve la posso garantire...

Abito sempre qui da me,
in questa stessa strada che non sai mai se c'è
nel mondo sono andato,
dal mondo son tornato sempre vivo...

Ho ancora la forza di non tirarmi indietro,
di scegliermi la vita masticando ogni metro,
di far la conta degli amici andati e dire:
" Ci vediam più tardi ..."

E ho ancora la forza di scegliere parole
per gioco, per il gusto di potermi sfogare
perché, che piaccia o no, è capitato
che sia quello che so fare...

Abito sempre qui da me,
in questa stessa strada che non sai mai se c'è
col mondo sono andato
e col mondo son tornato sempre vivo...

Testi di Francesco Guccini

martedì 15 giugno 2010

Non potho reposare



Al testo musicato dai tazenda preferisco la versione originale, una serenata sarda
Parole di Salvatore Sini (prima meta' del '900)
Non posso riposare, amore e cuore,
penso a te in ogni momento
Non essere triste, gioia d'oro
né con dispiaceri o brutti pensieri
Ti assicuro che solo te bramo,
poiché t'amo forte, t'amo, t'amo
Amore mio, gioia da stimare,
il mio affetto è solo per te
se avessi avuto le ali per volare,
mille volte all'ora sarei (da te) volato
almeno per venire a salutarti,
o anche soltanto per vederti,
un'altra cosa ancora, non nasconderti.

Andrea Parodi, cantautore sardo, voce dei tazenda poi staccatosi dal gruppo, è morto per un cancro 4 anni fa, a Cagliari. In un'intervista confidò che quando seppe che il tumore non era operabile, pensò che qualcuno aveva ascoltato le sue preghiere, perchè in caso contrario gli avrebbero asportato il diaframma e non avrebbe più potuto cantare.

domenica 13 giugno 2010

margherita seduta

Per il compleanno di un'amica noi amiche le abbiamo regalato il biglietto per l'entrata alla mostra di Modigliani "Il mistico profano". Il dono è comprensivo della nostra compagnia, of course. Quasi tutti i dipinti esposti ritraggono corpi di donna e visi di uomini e donne, principalmente donne. Nei nudi femminili il contorno dei corpi corrisponde a linee curve adagiate, nei ritratti i visi sono magri, lunghi ma non aguzzi, dai tratti netti, decisi. Il collo lungo e sottile, il naso quasi attaccato alla bocca, le labbra serrate. Gli occhi sono strani: o mancano di pupille, o sono socchiusi, o ridotti a fessure, o strabici, o asimmetrici. Come se l'artista volesse togliere alla musa il potere della vista, come se a colui che dipinge dessero fastidio degli occhi che lo scrutano, o come se temesse di entrarvi dentro e coglierne l'essenza. E poi sono sempre occhi dall'espressione triste e malinconica. Occhi deficitari, bocche impenetrabili, tratti asimmetrici, tre espressioni del mistero femmineo o dell'incomunicabilità uomo donna? Non ci capisco nulla!
Speravo che l' artista del nostro gruppetto ci facesse una lezione sull'arte di Modigliani, ma non si era preparata, e non ha saputo spiegarmi niente nemmeno su questa storia degli occhi. Ha detto che era fuori servizio.
Alla vista del dipinto "Margherita seduta", hanno tutte concordato che ci vedevano qualcosa di me. Chi per i capelli, chi per la frangetta, chi per gli occhi, chi per la bocca, chi per il collo, chi per "quell'aria da estranea al mondo". Estranea al mondo, mi piace. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei. Oggi non manca nessuna, all'appello.
Comunque, la gita della seconda età è andata bene. A parte che non abbiamo voluto dare retta al navigatore e quindi ci siamo perse, a parte che ci siamo trovate imbottigliate nel traffico di centro città in giorno di mercato, a parte che non c'era un buco dove parcheggiare la macchina, a parte il ritardo con le altre che ci aspettavano al museo, a parte che non abbiamo pranzato perchè una di noi aveva un appuntamento nel pome, a parte che quella che doveva accompagnarmi a casa ha perso le chiavi della macchina .. tutto a posto.
Mi farò prestare da C. il catalogo della mostra che le abbiamo regalato, per capirci qualcosa di quei visi.

venerdì 11 giugno 2010

il terzetto

Mentre g.i.p. è in sala operatoria l'infermiere entra con un terzetto. Lui, lei, il borsone. Peccato, si stava così bene e così alla larga da soli in una camera da quattro letti. L'uomo ha un'espressione severa, forse truce, risponde al mio saluto ma ne farebbe anche a meno, la donna appare stanca (forse esausta), preoccupata (forse angosciata), rassegnata (forse vittima), sicuramente sovrappeso.
L'uomo in attesa di essere operato sostituisce jeans e camicia con un pigiamino a righine azzurrine, un capo che forse gli avrebbe donato quando aveva 5 anni, ma che adesso lo fa sembrare un TSO che si allontana di soppiatto dall'ospedale dove lo hanno trascinato senza tanti perchè e percome. La donna-forse esausta infila nelle grucce i due capi e li appende nell'armadietto. Li ricordo bene perchè durante le ore di attesa che seguiranno mi capiterà di aprire più e più volte l'anta sbagliata, e di starmene a fissare quei due capi perfetti , cercando di capire cosa stessi facendo e accorgendomi dell'errore solo dopo un pò che li fissavo senza vederli. Ottima stiratrice, la donna.
Riprovo a esaminare mister simpatia: altezza media, calvo, terribili peli caprini sul mento, corporatura massiccia. Nè brutto nè bello, forse quasi commestibile, ma .... perfino George perderebbe il primo posto nella mia lista della fighitudine, se lo vedessi camminare in quel modo: cammina buttando là le gambe e quasi dondolandosi con la schiena. L'unica cosa apprezzabile sono le spalle, provviste di una bella muscolatura da scaricatore di porto. Chiedo a donna preoccupata che tipo di operazione subirà il marito. Devono ricostruirgli la cuffia della spalla, una cosa complicata. Giustappunto la spalla! Mica si vede, lo sfacelo interno! Mi spiega che la spalla del marito è andata in pappa per l'usura lavorativa, e mentre me lo dice mi fa il gesto di uno che spacca i sassi, o la legna. E' un'immagine un pò anacronistica, me ne rendo conto, ma mi ha fatto proprio quel gesto lì, facendomi venire in mente uno dei sette nani, con il piccone sulle spalle, che canta andiamo a lavorare.
Mentre g.i.p. poco fa ha atteso l'operazione senza quasi spiaccicare verbo, ma facendosi i cazzi suoi come d'abitudine, s.i.p. subissa la moglie di richieste: e il cuscino e il cortisone e l'acqua e ricordati di portarmi la pizza stasera. La pizza??? Ma non deve essere operato dopo mio figlio? Ah, ma lui non è la prima volta che si opera, e mangia sempre, dopo, quello che vuole. Miseria, ha anche uno stomaco da scaricatore di porto, non solo l'aspetto.
La mattina seguente ginocchio è in camera da solo, essendo l'unico che non può muoversi. Sul comodino del vicino troneggia un quarto di anguria sgocciolante umidità incelofanata. Chiedo a ginocchio dolente se spalla con tutore, che ho intravisto in corridoio, sia simpatico.
"Che ne so, è stato in giro tutta notte" (uno sguardo al cellulare)
"In giro? E dove? Ma non l'hanno operato?"
"Sì, è uscito dalla sala operatoria alle 7 e mezza, ha mangiato una pizza, verso le 10 è arrivata una tipa, avrà avuto un paio d'anni più di me" (uno sguardo alla playstation)
" Una tipa in camera di notte??"
"Ma no, sono usciti, poi è stato ricoverato un motociclista tedesco sfasciato e ho dovuto fare l'interprete e non ho dormito tutta notte e al vecchietto hanno dato l'aspirina e aveva le ulcere allo stomaco ed è stato male" (uno sguardo al portatile)
"Ma in questo posto si può entrare e uscire di notte come niente fosse?"
"Cosa ne so ... non ho capito i legami familiari, di quel tipo lì. Quella grassa dev'essere la sorella, ma quella di stanotte è troppo giovane per essere la moglie" (uno sguardo al pappagallo)
"Puoi uscire, mamma? Devo pisciare, e solo dopo il mal di pancia tremendo di stanotte ho capito quanto sia bello riuscire a farlo"

... Sììì, la sorella. Che ingenuo, il mio ginocchio dolente.

Avete capito, che tipino, questo spalla in pappa: alla moglie rifila niente più che una bella spalla in pappa da accudire per benino, e uno stomaco da riempire per benone, ma tutto il resto del corpo funzionante lo tiene in serbo per l'amante.
Penso agli occhi lucidi della donna nel momento in cui il marito è partito per la sala operatoria.
Mentre g. svuota il pappagallo suggerisco a ginocchio di estorcere a spalla un centone in cambio del silenzio.

domenica 6 giugno 2010

niente pigiama

Ginocchio in pappa non ha voluto comprarsi un pigiama, per mettersi a letto ha indossato un paio di pantaloncini corti e la maglietta della squadra. L'infermiere che poco fa ha sbrigato le pratiche dell’accettazione ora gli fa indossare camice e cuffia verdi tessuto non tessuto e gli spara un’iniezione di calmante nel sedere, come prassi. Gli chiedo se non avrà freddo, in sala operatoria, vestito così poco. Tipica domanda stupida di mamma stupida. l'infermiere è molto gentile, quasi materno nonostante debba avere supergiù la stessa età di mio figlio. (Prevedo già che g.i.p. mi chiederà, poi: "Mamma, secondo te era gay?") (“e anche se fosse? Era bravo, no?”)
Finalmente alle 10 arriva un donnone vestito di verde che lo porta in sala operatoria. Lo saluto con un gesto: come puoi parlare, in un momento così?
All’inizio leggo il giornale riuscendo anche a concentrarmi. Il Presidente della Repubblica Federale Tedesca si dimette perchè ha detto una verità (quasi come il nostro berlu che racconta palle per non dimettersi, penso) Ascolto la radio col cellulare. Rispondo ai messaggi di auguri. Osservo dalla finestra le persone che affrontano questa giornata di sole e caldo estivo, e ricordo l'invidia che provavo nei confronti della vita fuori quando, con g.i.p nella pancia, rimasi in ospedale per un mese. Quando venti giorni fa chiesi al chirurgo come avrebbero riparato il legamento di g.i.p., mi rispose: "nessun pezzo di ricambio sarà mai perfetto come quello che le aveva fatto lei, signora". Ma io non ho fatto niente, ho solo accolto e custodito e sparato fuori.
L’infermiere aveva ipotizzato tre quarti d’ora di operazione. Dopo un’ora e mezza comincio a dimenticare ciò che leggo. Mi accorgo che, coincidenza strana, mi sono portata un libro che mi avevano regalato quella volta del ricovero con ginocchio perfetto nella pancia. L'occhio dell'orologio.
Provo a scrivere. Scrivo, cancello, riscrivo. Scrivo delle mani del chirurgo, che stanno riparando un pezzettino che è nato dentro di me, ma che non è me, ma che è più di me. Strappo. Cestino giornale e fogli pieni di cancellature. Dopo un po’, sento la voce dello specialista. E’ in sala gessi. Ma allora, dov’è mio figlio, e soprattutto, chi lo sta operando, se non LUI? Forse il chirurgo è qui perché ha terminato l’operazione, vuol dire che tra poco sentirò il rumore di una barella e g.i.p. mi farà il gesto di ok.
E invece, si susseguono rumori di carrelli del pranzo emananti odori di cibo ospedalizzato, carrelli dei farmaci, suoni di campanelli, insomma un gran via vai ma niente letto ambulante con g.i.p. a bordo. E' un continuo alzare gli occhi inutilmente. Forse è la volta buona … un ragazzo in barella, con le flebo… ma perché dorme? Perché non è lui.
Scambio qualche chiacchera con i new entry che occupano via via gli altri tre letti di questa camera in attesa di essere operati oggi, ma soprattutto faccio un gran su e giù per il corridoio. Chiedo all’infermiere se mio figlio è stato smarrito in sala operatoria. No, risponde, credo che sia entrata una donna, prima di lui. I minuti susseguono lenti mentre continua a suonarmi il cellulare, e mi tocca rassicurare familiari e parenti mentre proseguo il su e giù per il corridoio dalle piastrelle vecchie e gli infissi scrostati.
Sono passate tre ore. Ri-chiedo, stavolta all’infermiera della sala operatoria. “Scusi, ma mio figlio dove è finito?” “E chi è suo figlio?” MA COME, CHI È MIO FIGLIO. “E’ venuta lei stessa a prenderlo alle 10, ricorda?” “Ah, sì, il crociato. Lo stanno operando adesso. Ma sa, il dottor I. è un tale precisino…” E menomale che è un precisino. Se non lo fosse stato, avrebbe fatto il macellaio, spero.
Non mi resta che sedermi in camera, appoggiare la testa al braccio, il braccio al letto, e chiudere gli occhi. Decido di non stare in corridoio e nemmeno di continuare a fissare la porta del blocco operatorio. Alle 14.30, arriva. E’ sveglio. Saluta. E’ vivo. Dove è finita la mia voce? Devo solo chiedergli come sta.

giovedì 3 giugno 2010

Vento forte sul Cornizzolo

Vento forte, sul monte Cornizzolo, così forte da riuscire a sferzare i pur bassi ciuffi d'erba e rendere cangiante il loro colore, come quel velluto che si schiarisce e scurisce a seconda del verso con cui lo si accarezza . L'erba è quella del pascolo che porta alla croce di ferro della cima.
Mentre salgo mi immagino che il vento mi sollevi i piedi e mi porti in giro, come uno di quei deltaplanisti che regolarmente si staccano da questo monte, andandosi anche a sfracellare sulle rocce, quando qualcosa va storto.
Immagino me stessa come una sagoma che spinta dal vento sorvola questa terra, una terra che è uno scrigno di tesori diversi ma vicini, una terra-scrigno resa preziosa proprio dalla vicinanza e dalla diversità di questi tesori d'acqua-monti-colline-boschi- pianure.
Una terra dove le montagne sembrano volersi avvicinare al cielo senza perdere di vista le colline e dove i laghi si divertono a prendere strane forme: una ipsilon rovesciata, un ottovolante, un cerchio imperfetto e uno perfetto.
Mi immagino planare sopra queste tavole blu scuro increspate dal vento, sopra punteruoli seghe e coltelli a forma di montagne, coperchi rossi a forma di tetto interrotti da macchie verde scuro a forma di boschi, poligoni a forma di campi coltivati, specchi riflettenti luce a forma di capannoni industriali, fino a entrare, dirigendomi verso sud, in una cappa di smog a forma di pianura, una cappa che nemmeno questo vento straziante riesce a penetrare.
Chiedo a G. di fotografarmi le nuvole, oggi bianchissime e defilate, perchè mi piacerebbe fare un video fatto solo di immagini di nuvole e cielo -questi amanti perfetti -, mentre io mi sdraio sotto la croce, al riparo dal vento, canticchiando "il cielo" di Renato Zero.
Quando scendiamo dalla cima il vento è ancora più forte di quando siamo saliti. Talmente forte che ogni tre passi G. si volta per vedere se per caso sua moglie si sia volatilizzata. Invece sono ancora ancorata a terra e stringo con forza le racchette, perchè se mi sfuggono chi le trova più. C'è una curva in costa dove il vento prepara a tutti un agguato, da sopra ho visto una donna che si curvava per resistergli, perciò non mi faccio trovare impreparata. Mi piego prima che mi pieghi lui. Dopo un pò mi accorgo che involontariamente sto stringendo anche i denti. Per il principio dei vasi comunicanti o solidarietà con le mani, non lo so.
Penso: resistere, resistere, e mi viene in mente il vento della vita. Una lieve brezza che ti dà piacere può trasformarsi in vento che comincia a darti fastidio, a volte in una bufera temporalesca che ti spaventa o una tromba d'aria che ti scoperchia il tetto.
Resistere, resistere. Stringere le racchette, i denti, coprirsi le orecchie, lasciare liberi gli occhi proteggendoli con gli occhiali, ancorarsi, non distrarsi, resistere. Perchè il vento cala d'improvviso, oppure piano piano, resta solo il sereno.

sabato 29 maggio 2010

vita al contrario


Anche oggi prendo spunto da un post ...
http://iacoponi.blogspot.com/2010/05/i-quesiti-seri-e-gravi-di-federico.html per copiare un bellissimo testo che g. mi ha inviato pochi giorni fa. Firmato da quel genio di Woody Allen

VITA AL CONTRARIO

Ebbene sì, la vita dovrebbe essere vissuta al contrario.
Tanto per cominciare, si dovrebbe iniziare morendo, e così, tricchete, tracchete, il trauma è già bello che superato.
Quindi ti svegli in un letto d' ospedale e apprezzi il fatto che vai migliorando di giorno in giorno.
Poi ti dimettono perché stai bene, e la prima cosa che fai è andare in posta a ritirare la tua pensione, e te la godi al meglio.
Col passare del tempo, le tue forze aumentano, il tuo fisico migliora, le tue rughe scompaiono.
Poi inizi a lavorare, e il primo giorno ti regalano un orologio d' oro.
Lavori quarant'anni finchè non sei così giovane da sfruttare adeguatamente il tuo ritiro dalla vita lavorativa.
Quindi vai di festino in festino, bevi, giochi, fai sesso e ti prepari per iniziare a studiare.
Poi inizi la scuola, giochi con gli amici, senza alcun tipo di obbligo o responsabilità, finchè non sei un bebè.
Quando sei sufficientemente piccolo, ti infili in un posto che ormai dovresti conoscere molto bene.
Gli ultimi 9 mesi te li passi flottando tranquillo e sereno, in un posto riscaldato con room service e tanto affetto, senza che nessuno ti rompa i coglioni.
E alla fine abbandoni il mondo in un orgasmo.

venerdì 28 maggio 2010

il semplice fatto di essere sani

L'affermazione di Giorgio "tendiamo con troppa facilità a dimenticarci il grande valore del semplice fatto di essere sani", nel post http://fruttidistagione.blogspot.com/2010/05/abbiamo-superato-lostacolo.html , non può che trovarmi concorde. Ieri ero in ospedale con papà, per il rituale controllo dell'anemia. L'ascensore non arrivava. Io gli ascensori li odio proprio, ma papi non riesce a fare le scale, il fiato non gli dà spago. Si guardava intorno, osservando la gente che andava e veniva. E' una città, questo ospedale, dice. Medici, infermieri, barelle, esiti di ictus, carrozzine ... Papà osserva, indica col dito, (mannaggia), commenta a voce alta (stra-mannaggia) per poi concludere: "Quanta gent pusè cunsciada de me" (Quanta gente più conciata di me) In questi ultimi anni ho scoperto una qualità di mio padre: non si lamenta mai di un suo problema fisico e ha un'alta sopportazione del dolore. Ripensando al passato vissuto insieme, mi sono resa conto di non averlo mai sentito dire: ho mal di questo, ho mal di quello, e di non averlo mai visto a letto ammalato. Tuttora, che malato lo è, quando un medico gli chiede come sta, risponde sempre: benone, dottore! E allora cosa ci facciamo qui, vorrei chiedergli. Ci facciamo che devo aggiustare il tiro, e spiegare che in realtà non respira bene, è aumentato di peso, ha le apnee notturne, le gambe gonfie, un'ulcera che non guarisce ... e se il doc tenta di approfondire la cosa direttamente col paziente, lui si schermisce, tenta di minimizzare, a volte nega spudoratamente, per non parlare di quando gli chiedono che patologia abbia e quali farmaci assuma. Questa è la domanda che più teme. Fa la faccia di un innocente finito ingiustamente sotto interrogatorio, alza le braccia a mò di resa , scrolla il capo e dice "Ah, io non so niente, dottore, le medicine me le dà la moglie, chieda a mia figlia". E quando il medico gli dà o gli modifica la cura, sentenzia: "Ah, il dottore è lei. Io sono nelle sue mani". Non capisco perchè alcuni dottori non lo sopportino: è il paziente ideale, è come un bambino fiducioso. Bisogna solo non cercare sempre e necessariamente un nesso tra quello che dice e l'ambito in cui lo dice. L'anno scorso fu sottoposto a un'ecografia a un organo vitale, la dottoressa vide una patologia -vecchia- di tale organo e gliene chiese conferma. La sua negazione fu talmente appassionata e convincente che la doc uscì dall'ambulatorio per chiedere spiegazioni a mia sorella, che come prassi aveva dovuto aspettare fuori, e che naturalmente confermò l'esistenza di tale problema. "Pensavo di avere le traveggole" commentò la poveretta, basita, e rientrò a terminare l'ecografia. Senza arrivare agli eccessi d'ottimismo di mio padre, credo che faccia bene a tutti "visitare gli ammalati", da prendere non come un comandamento ma come una possibilità di riflettere, ridimensionare e forse modificare la nostra vita.

martedì 25 maggio 2010

i fantasmi operosi di savogno



Sto imparando a postare filmati e questa è una prima prova, realizzata con le foto dell'escursione di sabato. Forse un pò troppo lungo, sicuramente il finale è un pò brusco. Faremo meglio la prossima volta.
I miei polpacci al momento della scarpinata-via-scalinata non hanno brontolato, ma ora mi chiedono: quanti cavolo sono i gradini che portano in quel paese di pietra? C'è da dire che tra domenica e lunedì hanno avuto momenti di pietrificazione anche loro. Ieri sera ho cercato su google: 2886, se non ricordo male.
Ma quello che mi ha colpito di più è stata la definizione di Savogno come "paese fantasma". Non so se lo sia stato in passato, sicuramente ora non è così. Altrimenti vorrebbe dire che i fantasmi sistemano le balconate di legno - di legno i balconi, di pietra le case-, abbelliscono una scala di sassi con vasi di fiori, mettono cibo sulle mangiatoie, allevano asini e capre. Ascoltano la radio dentro case che dall'esterno immagini invitanti per la frescura che trattengono, appendono cartelli della serie "attenti a quei due", lasciano in giro secchi da muratore. Certo che per pensare di vivere anche solo saltuariamente in un paese dove per arrivarci devi fare migliaia di gradini bisogna essere un pò dei fantasmi, in senso di leggerezza delle membra e delle abitudini.
Non si vede l'incuria dell'abbandono, a Savogno, e non si respira la cappa della solitudine. Solo rumori di risveglio sommesso, come un fantasma che ritorna in vita in punta di piedi, si guarda intorno incredulo, soffoca uno sbadiglio, prova a emettere la propria voce disperdendo echi che subito la natura d'intorno assorbe.
Il fantasma di un paese che ritorna a vivere.

domenica 23 maggio 2010

Cascate di acquafraggia

Una mano invisibile scaraventa secchiate di acqua - imbiancata per lo spavento- giù dalla nuda, fredda, scura e infida roccia resa verticale da uno scherzo della natura.

venerdì 21 maggio 2010

Donna sull'orlo vorrebbe dormire

Marito e moglie sono a letto come in un classico finale di casa Vianello. Chiamiamo la moglie Donna Sull'Orlo e il marito Uomo In Procinto. Sull'orlo di cosa e in procinto di cosa, non si sa. Il mistero è il prezzo da pagare a ogni buon racconto, e questo vuole tentare di esserlo. Ma possiamo anche farla breve, svelare subito l’indovinello e levarci l’ambizione del buon racconto: la donna è sull'orlo del sonno e l'uomo in procinto di seguirla. Uomo In Procinto sta guardando un episodio di fox-crime o qualcosa di simile, cosa che sempre preoccupa Donna Sull'Orlo, la quale teme che qualche notte nel bel mezzo del sonno il marito si trasformi, in perfetta coscienza o in stato di sonnambulismo poco importa, in Uomo In Procinto Di Commettere Un Assassinio e lei si ritrovi senza neanche accorgersene nei panni della Donna Sull’Orlo Della Morte. Donna Sull'Orlo del sonno pensa a queste cose rassicuranti mentre appoggia la testa sul cuscino.
Nella camera attigua, il pianto di Donna Affacciata Al Futuro, modulato a un volume stabile da qualche ora, ha cambiato tono ed è diventato acuto come i suoi strilli. D’ora in poi per abbreviare chiameremo il marito UIP, la moglie DSO e la figlia DAF.

UIP abbassa il volume.
DSO "Alza subito quel volume, non metterti a origliare"
DAF ( voce fuori campo, alterata) “Vattene via!”
Segue pianto a dirotto, inequivocabilmente targato DAF
UIP “Ma non senti che casino sta succedendo, di là? Non è il caso che interveniamo?”
DSO “Direi proprio di no. Un moroso o ex moroso non aggredisce la morosa o ex morosa che sia in casa sua, in presenza di padre e fratello corpulenti”
DAF …. “Hai capito di andartene!!!!”
UIP “Adesso vado là lo prendo per la collottola e lo caccio fuori”
DSO “Non ti immischiare, alza quel volume e guardati il tuo film”
UIP “Sì, ma se non la pianta…”
DSO “Piantala tu”
Dopo un po’, Uomo Giovane In Procinto Di Andarsene se ne va. Lo capisco dal rombo della macchina truccata, inequivocabile come il pianto di DAF
UIP “Vai tu o vado io?”
DSO “Dove?”
UIP “Ma come dove? Da tua figlia, no?”
DSO “E se la lasciassimo in pace?”
UIP “Sei insensibile come quello che se ne è andato al bar”
DSO “E quando?”
UIP “Mentre tu dormivi, cara”
DSO “E cosa doveva fare? Il suo letto era in quella camera. Divertente immaginarsi che potesse entrare, scavalcare i cocci e andarsene a dormire con assoluta nonchalance, divertente da pensare ma difficile da fare, non credi?”

... DSO dormiva? Non se ne era accorta. Probabilmente sonnecchiava. Alle due di notte, sarà pur ammesso sonnecchiare, o no?
Alla fine il senso di colpa istillatole da UIP spedisce DSO dalla figlia. Donna affacciata al futuro è per il momento solo una Giovane Donna In Pianto, sdraiata sul divano della cucina a messaggiare. Gli occhi sembrano una mongolfiera. “Domani i bambini non riconosceranno la loro baby sitter” cerca di sdrammatizzare DSO
Nel tempo di preparazione di una camomilla DAF dice alla madre quelle poche cose che si possono dire a una madre sull’orlo della vecchiaia, poi la rimanda al suo posto perché sta arrivando il suo Amico Del Cuore, -si sente già un altro rombo d’auto, stavolta con motore a norma- l’unico inviato speciale accreditato a seguire ogni puntata della love story in via di rottamazione. Santo cielo! Ci mancava il consolatore! Di dormire non se ne parla, allora, per un altro po’. Prima di tornarsene a letto DSO dà un’ultima raccomandazione a DAF: “Non tirare per le lunghe, sennò domani, anzi oggi, anzi tra poche ore rischi di impastarti con la macchina”
"Sempre a gufare, mamma"

UIP chiede a DSO cosa ha detto a Giovane Donna In Pianto.
“Le ho detto che morto un papa ne fanno un altro”
UIP vorrebbe parlare. DSO non gli da retta, vorrebbe dormire. UIP si mette a imitare una vicina di casa di quando era piccolo, che quando era pronto da mangiare chiamava a gran voce il figlio: Useeeepppee!!! DSO minaccia di chiamare il 118. UIP chiede a DSO se ricorda quella scena del film di Troisi dove c'è la battuta “ricordati che devi morire” DSO gli dice che proprio oggi leggeva che chi non dorme a sufficienza muore prima.
Dopo mezz’ora l’amico di giovane donna in pianto se ne va. "Ha fatto in fretta a consolarti" urla UIP a DAF, sentendola andare in bagno, e naturalmente viene mandato bonariamente a cagare.
Potrà ora DSO abbandonare quello scomodissimo orlo e sprofondare nel burrone di un sonno senza sogni?

mercoledì 19 maggio 2010

la strizza parla

Ore 14.00. Corso di aggiornamento. La strizza parla, parla, ma ha una voce troppo bassa, poco coinvolgente. A sua difesa c'è da dire che per risvegliarmi da questo torpore postprandiale non so se basterebbe l'urlo di tarzan. Per fortuna ho trovato posto in terza fila e ogni tanto posso chiudere gli occhi. La collega alla mia destra, che conosce i miei punti deboli, mi chiede cosa deve fare DI PRECISO nel caso mi veda ciondolare, ricevendo il lasciapassare per una gomitata. Sono così intenta a cercare di trovare dei pensieri che mi tengano sveglia che non penso a quello che sta dicendo strizza. Il problema è che gli occhi si chiudono proprio quando mi concentro su quello che sta dicendo. Che guaio! Il tema del corso mi interesserebbe anche, ma il corpo non sempre obbedisce alla testa: lei gli dice di tenere gli occhi aperti, e lui li chiude. Il collega alla mia sinistra mi sussurra qualcosa, non capisco un'acca, ma gli guardo la spalla: ampia e invitante. Che bel punto d'appoggio sarebbe, datemi un punto d'appoggio che ci appoggio questa testa così pesante, per un momento ... solo un momentino... come faccio al cinema con g.... ma lui non è g. e non siamo in un cinema... mica mi pagano per andare al cinema... Ci vorrebbe una bella colonna sonora, al posto delle parole... mamma mia che sonno, questo power point. Arriva la super-gomitata. AHIA. Dove sono? Al cinema? sì, no, quale cinema, sono in aula 6, ed è ancora la strizza, che parla di un caso clinico: allora, per farla breve e dirla con parole mie, c'è sta mamma che lascia entrare suo figlio in bagno e non chiude la porta e permette l'accesso al lettone e adesso 'sto tizio che ha 12 anni soffre di masturbazione compulsiva. BUM! Mi sveglio all'istante. Secondo me questo "causa-effetto" è una sua libera interpretazione. Pura Roba Da Strizza. Cerco di preparare il mio intervento: scusi, dottoressa, ma non sono d'accordo. Chi le dice che il problemino del bambino sia causato dal comportamento della mamma? Nella mia casa paterna neanche c'era la chiave del bagno, mio papà faceva la pipì in giardino, quando ho avuto una mia casa ho continuato a non chiuderla, non ho mai ostentato il mio corpo fresco di doccia davanti ai miei figli ma nemmeno nascosto, mi sono comportata come mi veniva naturale, donna affacciata al futuro approdava nel lettone ogni santa notte, ieri stavo lavando i denti e ginocchio in pappa è entrato a far pipì e gli ho detto ma cacchio non potevi aspettare un attimo e lui mi ha detto me la stavo facendo addosso, eppure donna e ginocchio non hanno sviluppato perversioni sessuali, che io sappia... oppure, dottoressa, che dice, devo cominciare a preoccuparmi? Portarli dallo strizza a scopo preventivo? Però non dico niente. Non chiedo niente. Ho imparato per esperienza che se chiedi qualcosa poi lo/la strizza ti rimanda a quello che lui/lei ha detto nella prima mezz'ora, e se ti chiede cosa ne pensi della premessa, tu che gli rispondi? Che il corpo non rispondeva alla testa? Comunque, durante la pausa caffè sono uscita a prendere una boccata d'aria, mi sono sdraiata su una panchina, ho chiuso gli occhi al sole, la mia testa ha detto: adesso puoi dormire fino alle 4 e un quarto, e il corpo non ha obbedito. Avrei potuto chiedere questo, alla strizza, nella seconda parte: perchè, dottoressa, a volte il corpo non obbedisce alla testa?

martedì 18 maggio 2010

cercasi insulto grande come una marea di petrolio

Quello che è successo qui in Lombardia con il Lambro si è ripetuto in America, con le dovute proporzioni: loro fanno sempre tutto in grande, anche i disastri. All'inizio la B.P. ha dato notizie false, cercando di minimizzare l'enormità della tragedia. Poi ha detto che non voleva consigli da nessuno, chi fa da sè fa per tre. Adesso, che è nella merda, ha lanciato un appello su internet: se c'è qualcuno che ha una qualche mezza idea di cosa cazzo fare, si faccia avanti. Vi rendete conto? NON SANNO COSA FARE!! Pare che i barbieri stiano raccogliendo quintali di capelli, da usare come materiale assorbente. Non è una battuta, l'ho letto su un quotidiano, con tanto di foto.
Mi chiedo cosa possano significare quelle iniziali B.P.: Bel Pirla (che sei)? Buoni Per (nulla)? Bastardi Puzzolenti? Brutte Pantegane? ecco, ho trovato: Buontemponi Principianti. Perchè una ditta che si basa sulla tecnologia, dovrà pur sapere cosa fare in caso di incidenti, oppure è normale che proceda per tentativi e prove ed errori come stanno facendo questi tizi qui?
Greenpeace ha emanato un interessante documento, con sei domande e altrettante risposte
http://www.greenpeace.org/raw/content/italy/ufficiostampa/rapporti/orizzonte-nero.pdf
Non perdetevi il punto 2: altro che buontemponi principianti, questi sono delinquenti, e nessun insulto sarà mai adeguato e proporzionato a quello che hanno combinato. E che nessuno potrà mai ripagare, dato che la natura non è in vendita (anzi, non dovrebbe essere in vendita, ma a quanto pare lo è)

domenica 16 maggio 2010

la grigna è bianca di neve

La Grigna è bianca di neve, come se i fogli del calendario si fossero messi a scorrere all'indietro. Il bianco della montagna è reso abbagliante dalla luminosità della mattina limpida e ventosa, quasi una sorpresa dopo settimane di pioggia. Dopo tre minuti di festina lente già non ho più fiato, ma ci vuole ben altro per farmi desistere. Festino lente ancora più lentamente, in pratica faccio finta di correre, per risparmiare energie, ma proseguo lungo questa alzaia che ogni settimana ha qualcosa di nuovo da dirmi.

Il campo coltivato alla mia sinistra ha perso qualcosa, in quanto a bellezza, rispetto a due settimane fa: al posto delle zolle piene di promesse, ci sono delle piantine gracili, incerte nell'affacciarsi alla vita, di un verde smorto. La terra non ha più il colore vivo di terra-arata-di-fresco- ma un colore marrone paludoso, come se non riuscisse più ad assorbire acqua, acqua che forma delle pozze nelle quali le neonate piantine sembrano rischiare l'annegamento. E' terra esausta, che ha perso tutto il suo fascino, come donna esausta dopo il parto, che ha perso il suo bel pancione.
Nel campo non seminato, giù in fondo, un falco di palude e una cornacchia si contendono il territorio a colpi di becco, con un frullare di piume tutt'intorno.

Chi ha acquistato in bellezza, invece, è il fiume: tutta quell'acqua scesa dal cielo l'ha arricchito, e lui scorre inorgoglito da tanto ben di Dio. Già domenica scorsa l'acqua mi sembrava al limite della fuoriuscita, ma oggi è ancora più alta e ancora più verde e la corrente ancora più forte, incitata anche dal vento che le dà una spinta in più, nemmeno necessaria, e forma delle piccole onde, a riva.

Sembra che quella folaga faccia una fatica boia a nuotare controcorrente. Dai, mammina affaccendata, fatichiamo insieme, corrimi accanto, in direzione contraria alla corrente, tu nell'acqua io sulla terra, io per divertimento e tu per ricostruire il nido che l'acqua alta ti ha spazzato via.

L'acqua alta del fiume ha un suo fascino, perchè cambia la prospettiva delle cose attorno. Acqua alta che non è mai stata così vicina ai tuoi piedi, ma della quale non vedi comunque il fondo, acqua diversa da quella che conosci, fascinosa come un'attrazione prima che diventi fatale, come un gioco prima che diventi un pericolo; dovessero aprire le dighe, poco più avanti, in un attimo il fascino si trasformerebbe in terrore, e il mio ultimo desiderio sarebbe di essere reincarnata in mamma folaga prima ancora di aver concluso questo mio ciclo di vita. Mentre proseguo il mio festina lente-col-fiato-corto- prometto a non so chi che nel caso il mio desiderio fosse esaudito non mi lamenterei di dover ricostruire il nido anche dieci volte.

sabato 15 maggio 2010

canzone quasi d'amore


Semplicità e ironia, durezza e purezza, perfezione e rarità.
A partire dal titolo, "canzone QUASI d'amore" con quell' avverbio che racchiude la sua essenza: sfiorare la verità senza sentirsene depositari, vorrei dire senza cedere alla sua arroganza. Quell’amore che tutti sono propensi a dichiarare assoluto, eterno, puro, per poi accorgersi che basta poco per renderlo relativo, precario, inquinato. Per farla breve: nell'amore c'è sempre un quasi, come nella vita tutto è quasi.
Amo questa canzone per:
le note iniziali e la PERFEZIONE dell'incipit: "non starò più a cercare parole che non trovo per dirti cose vecchie con il vestito nuovo". Ci avessi pensato per anni, non sarei riuscita a esprimere il concetto in modo altrettanto fascinoso. Le cose da dire sono sempre le stesse, vita amore morte e poco altro, gli antichi ne hanno parlato in modo sublime, e noi che possiamo fare, se non ripeterle illudendoci di essere originali?
la DUREZZA di quel "per le mie navi sono quasi chiusi i porti". Non so perché mi immagino che a pensarlo sia una persona avanti con gli anni, che non vede futuro per le sue navi, ma anche qui il grande Guccini ci ha infilato un quasi, questa volta ottimista: un attracco c’è sempre, a cercarlo.
la SPIETATEZZA del “perchè siam tutti soli ed è nostro destino tentare goffi voli -d'azione o di parola- volando come vola … il tacchino”
Questa del volo del tacchino è esilarante! Francesco piazza lì quel tacchino spennacchiato come immagine da ricordare a se stessi quando alziamo le ali e ce la tiriamo: dove credi di volare, tacchino spennacchiato?
Mi piace quel modificare il tono per la parola "vecchio” , la SEMPLICITA' delle “sere uguali ma ogni sera è diversa”
la REALTA' del "perchè siamo tutti uguali siamo cattivi e buoni e abbiamo gli stessi mali, siamo vigliacchi e fieri, saggi- falsi- sinceri ... COGLIONI"
E’ lo stesso concetto del tacchino: abbassa la cresta, sei un coglione anche tu, come gli altri.
L’amarezza di quel “Ma dove te ne vai, dove te ne sei già andata ….” .. come uomo che parla, parla, parla, e quando alza gli occhi si accorge che nessuno lo sta ascoltando. E allora si pente di non aver cercato le parole col vestito nuovo, parole che l'avrebbero fatta rimanere. Forse.
E allora, riporta il tutto alla quotidianità più terra a terra che ci sia: la canzone si conclude con una vita che è anche … “grattarsi”
Questa canzone quasi d’amore io la chiamerei “canzone scanzonatoria senza il quasi”
Quasi un ossimoro di canzone.

domenica 9 maggio 2010

barca a fondo


Quando hai troppe cose a cui pensare il cervello va in pappa, quando hai troppe cose da fare l'inerzia ti assale, quando hai troppe mail a cui rispondere non rispondi a nessuno, quando hai troppe cose da scrivere non scrivi niente.
Non mi decido su cosa scrivere: potrei continuare la saga di papi all'ospedale, raccontando dell'ultimo controllo, ma non ho voglia di rileggere gli appunti scritti sulla busta dell'azienda ospedaliera.
Potrei raccontare della burrascosa nottata di venerdì, dove a casa mia nessuno ha preso sonno fino alle tre causa casini amorosi della Donna Affacciata Al Futuro, ma non vorrei violarne la privacy.
Potrei scrivere che sabato, cioè il mattino seguente alla nottata incriminata, il proposito di dormicchiare mentre qualcuno mi lava la testa e rilassarmi affidando poi la stessa testa- bagnata- in mano alla parrucchiera, si rivela pura illusione: in seguito a una mia innocente richiesta (-e se facessi la riga da parte?-) la titolare del negozio quasi mi aggredisce, con le forbici in una mano e un rasoio nell'altra: deve aver avuto una nottata peggiore della mia.
Potrei scrivere della lentezza impotente del pomeriggio, trascorso a un terribile rinfresco post battesimo, ma il picchiare la noia sui tasti non mi restituirebbe le mie otto, dico otto - ripeto - ribadisco - sottolineo - otto ore, ore che avrei volentieri barattato con la stessa quantità di ... vediamo un pò... 8 ore di lavoro fisico al limite del massacrante, 8 ore di badantaggio suoceri, perfino 8 ore di fabbrica puzzolente ... forse. (Su quest'ultimo scambio, in realtà, sono un pò indecisa).
Potrei postare la mia corsetta di stamattina on the river mentre penso alla sacrosanta omelia di Don Giorgio, terminata con le mizuno infradiciate. (la corsetta, non l'omelia)
Sono in stato di stasi blogghistica. Qualcuno mi tolga da quest'impasse. Anche solo scegliendo per me.

P.S. Nella foto, fresca di stamane, fatta da gi su ordine di esse, barca affondata nella piena del fiume. (Non ho capito perchè lei è affondata e le sue vicine no)